Feb 232016
 

adFuori piove e, in uno di quei sabato mattina in cui non sei abbastanza sveglio per fare qualcosa né di serio né di davvero divertente, ho deciso di fare una sorta di ricerca su Instagram, il più celebre dei social network specificamente legato alle foto, per cercare di capire qualcosa di più sul rapporto fra musica classica e nuove generazioni. È noto che gli utenti di Instagram sono ben più giovani di quelli di un social come Facebook; tendono inoltre a venire a contatto con la realtà in manier a più sintetica e immediata (attraverso un’immagine) che in maniera analitica (attraverso un post scritto, più o meno lungo); rappresentano il trionfo dell’homo videns, che privilegia la vista su tutti gli altri sensi. Tutto ciò sembrerebbe portare il più lontano possibile da una musica, come quella detta “classica”, che parrebbe richiedere ascolto, concentrazione, capacità di astrazione. E invece, senz’altro per quel magnetismo che la bellezza musicale esercita al di là di qualsiasi moda, le immagini che tirano in ballo Mozart, Beethoven o Stravinsky sono ben più di quante mi sarei aspettato. Non solo: poiché Instagram offre la possibilità di inserire video di 15 secondi, molti musicisti hanno anche iniziato a postare frammenti di esecuzioni o prove. Il purista vedrà ovviamente in una tale frammentazione qualcosa di assolutamente satanico: ma non possiamo tornare indietro all’era in cui si pretendeva di ascoltare fin da subito un’intera Sinfonia di Mahler o di Bruckner per una sorta di dovere morale. Sarebbe giusto, ma ad oggi è impossibile. La polverizzazione della fruizione odierna dell’arte non sempre, d’altronde, è un abominio: spesso, bastano pochi secondi per far scattare un colpo di fulmine, che darà poi magari luogo a un approfondimento. Allora, può anche darsi che social apparentemente superficiali come Instagram, fruiti più volte al giorno da un ventenne di oggi, possano far nascere passioni tutt’altro che superficiali.

Nella mia breve e un po’ improvvisata indagine, ho cercato comunque di attenermi a una qualche scientificità, applicando il metodo statistico, basandomi sul numero di hashtag (#). Innanzitutto, mi sono accorto che l’hashtag #classicalmusic è molto più utilizzato di quanto pensassi:

rockmusic: 421071  – popmusic: 387450 – classicalmusic:210474 –  jazzmusic: 76316 – discomusic: 19664

La musica classica è nominata circa la metà delle volte del rock e più del doppio delle volte del jazz. Non si vuole certo qui istituire una graduatoria fra generi (ammesso che l’espressione “genere musicale” abbia oggi un qualche senso), ma solo evidenziare che la musica di Mozart e Debussy non è certo una nicchia per dinosauri. E dirò di più: oggi lo è forse meno di quanto lo fosse qualche anno fa, anche grazie a tecnologie che permettono ai più giovani di ascoltare di tutto senza dover pagare un costosissimo biglietto o comprare a scatola chiusa un cd a 20 euro. Se l’interesse sboccia, l’approfondimento ci sarà poi: magari anche iniziando a suonare uno strumento e divenendo quindi soggetti attivi -senza necessariamente dover fare il musicista di professione.

Ho proseguito l’indagine cercando di capire quale fosse il peso degli utenti italiani. Con una certa sorpresa, ho scoperto che l’hashtag #musicaclassica è quasi cinque volte più utilizzato del francese #musiqueclassique e quasi il doppio dello spagnolo #musicaclasica. Il tedesco klassischemusik? Quasi non pervenuto.

musicaclassica: 15390 – musicaclasica: 8886 – musiqueclassique: 3872 – klassischemusik: 1547

Ora, o gli italiani sono dei cazzari nullafacenti che passano le loro giornate sui social (il che è in parte vero), mentre francesi o tedeschi si occupano di cose serie, oppure la musica classica in Italia ha un pubblico potenziale di giovani più ampio di quanto non si pensi. E poi, anche se il dato fosse uno specchio del nostro oziare? Staremmo pur sempre oziando con Bach, Verdi o Shostakovich, il che non mi sembra affatto una trista prospettiva.

Giunto a questo punto, mi è venuta l’insana idea di vedere quali compositori fossero più citati. Qui però è insorto un problema non da poco: inserendo solo il cognome del compositore, venivano fuori cose che ben poco hanno a che vedere (almeno direttamente) con la musica. Così, #beethoven rimandava al cane del famoso film, #mozart al cioccolato (le famose ‘palle di Mozart’ salisburghesi), #verdi all’ecologismo, mentre nomi come #berlioz o #chopin sembravano essere associati, più che alla Sinfonica fantastica o ai Notturni, a un’infinità di gatti (sulla base dei nomi di mici di film come “Gli aristogatti”): 
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Nella marea di citazioni presenti su Instagram, non è poi infrequente trovare massime (più o meno sagge) di musicisti. Divertente questa di Erik Satie: “Coloro che blaterano alle mie spalle, / il mio culo li contempla”

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Nonostante possa apparire irriverente, anche la parodia (che riguarda perlopiù Johann Sebastian Bach, forse per l’aura di protestantesimo e di serietà che lo avvolge agli occhi dei più) può diventare un modo per ricordarci che questi grandi compositori sono ancora fra noi, più vivi di certi vivi:

cba

E così, ci viene anche ricordato che Mendelssohn “likava” (e, perché no, lovvava) Bach ben prima che fosse di moda.

Ma torniamo ai compositori più citati. Poiché, come dicevo, con Berlioz vengono fuori gattini e con Mozart le mozartkugeln (l’indice glicemico è più o meno paritetico), ho iniziato mettendo nell’hashtag anche il nome del compositore. Ecco i risultati, dal più popolare in giù:

  1. GiuseppeVerdi: 11982
  2. Ludwig van Beethoven: 10718
  3. PhilipGlass: 10561
  4. WolfgangAmadeusMozart: 5966
  5. JohannSebastianBach: 5485
  6. ErikSatie: 4750
  7. FrédéricChopin: 4689
  8. RichardWagner: 4666
  9. ClaudeDebussy: 4341
  10. GiacomoPuccini: 4034
  11. FranzLiszt: 3679
  12. Steve Reich: 3520
  13. JohannStrauss: 3258
  14. LeonardBernstein: 3077
  15. GeorgeGershwin: 2951
  16. EdvardGrieg: 2587
  17. BenjaminBritten: 2492
  18. AntonioVivaldi: 2467
  19. GustavMahler: 2370
  20. RichardStrauss: 2366
  21. JeanSibelius: 2218
  22. FranzSchubert: 2018
  23. IgorStravinsky: 1890
  24. JohannesBrahms: 1560
  25. MauriceRavel: 1523
  26. GeorgesBizet: 1218
  27. RobertSchumann: 1131
  28. VincenzoBellini: 1118
  29. CarlNielsen: 1098
  30. PierreBoulez: 1012
  31. BelaBartok: 1005
  32. GabrielFauré(+Faure)= 838
  33. GaetanoDonizetti: 737
  34. FelixMendelssohn(+Bartholdy): 671
  35. EdwardElgar: 628
  36. AlbanBerg: 612
  37. DmitriShostakovich: 606
  38. HectorBerlioz: 605
  39. SergeiRachmaninov(+Rachmaninoff): 580
  40. GioacchinoRossini: 561
  41. IsaacAlbeniz: 538
  42. SergeiProkofiev: 522
  43. MaxBruch: 372
  44. AntonBruckner: 344
  45. FrancisPoulenc: 280
  46. BenedettoMarcello: 217
  47. GyorgyLigeti: 211
  48. HugoWolf: 203
  49. LuigiNono: 179
  50. LucianoBerio: 170
  51. ClaudioMonteverdi: 168
  52. FranzJosephHaydn: 143
  53. MaxReger: 126
  54. TomasoAlbinoni: 118
  55. AntonWebern: 100
  56. Jean-PhilippeRameau: 89
  57. ElliottCarter: 86
  58. FrançoisCouperin: 78
  59. CarlPhilippEmanuelBach: 66
  60. LuigiCherubini: 61
  61. FerruccioBusoni: 49
  62. GeorgFriedrichHaendel: 29
  63. HenriDuparc: 22
  64. LuigiDallapiccola: 7

Le classifiche sono sempre stupide, ma questo non è certo un sondaggio qualitativo. Nella sua superficialità, ci dice semplicemente quali sono i compositori che più richiamano l’attenzione delle ultime generazioni. Sorprende la leadership di Verdi, così come il fatto di trovare Britten davanti a Vivaldi o Stravinsky davanti a Brahms. Il Novecento, in generale, è piuttosto presente, ma anche un nome come Boulez (forse anche per la recente morte) si piazza davanti a un Donizetti. Compositori come Berio, Rameau, Couperin, Carter, Dallapiccola, Duparc, Busoni o Dallapiccola, ma anche Haydn, sembrano riservati a una minoranza, mentre spopolano quei nomi spesso legati a una colonna sonora, a jingle pubblicitarii, a riferimenti dell’immaginario collettivo o a primati nazionali (come Nielsen, gloria danese): Satie, Chopin, Liszt (ben 11256 volte ricorre #lisztomania, il film di Ken Russell), Grieg e via dicendo. Ci sono poi casi di compositori il cui nome è troppo complicato da scoprire: come Georg Friedrich, nel caso di Haendel. Le sorprese sono moltissime e ognuno le leggerà a modo suo. Non mi sarei mai aspettato #Bartok davanti a Shostakovich o Sibelius davanti a Schubert, oppure Prokofiev dietro ad Albeniz. Certo, i numeri non sono paragonabili a quelli delle star del pop: a fronte dei quasi 12000 hashtag di GiuseppeVerdi, troviamo JustinBieber con più di 22 milioni di tag, Lana Del Rey con quasi 3 milioni e mezzo, i Beatles con più di un milione e i Rolling Stones con più di mezzo milione. Ma poco importa.

Per completezza, ecco anche la Top Ten che risulta inserendo solo il nome, ad esempio #bach (che significa anche ruscello, in tedesco) #mozart (sempre tenendo conto delle famose palle), #beethoven (cane compreso) o #verdi (politici compresi). Il risultato è un po’ diverso. Mozart passa ad esempio dal bronzo all’oro, forse perché viene semplicemente meno la scocciatura di scrivere WolfgangAmadeus (assai più complicato di Giuseppe):

  1. Mozart: 304424
  2. Beethoven: 221118
  3. Bach: 20879
  4. Verdi: 151195
  5. Chopin: 129314
  6. Wagner: 70423
  7. Vivaldi: 54956
  8. Puccini: 36707
  9. Rossini:32201
  10. Ravel: 30780
  11. Brahms: 27.370
  12. Debussy: 26802
  13. Handel (senza dieresi): 25690
  14. Schubert: 25668
  15. Berlioz: 19426
  16. etc

La classifica lascia certo il tempo che trova: pensiamo solo al fatto che #antonindvorak (con nome e cognome) arriva a 779 soltanto, mentre il semplice #dvorak ne conta 13214. Ma anche Haydn, senza il complicato FranzJoseph, tocca quota 15527. Comunque, troviamo anche nomi insospettabili, ad esempio Alkan, con ben 7007 tag (più di Albinoni, Bruckner o Elgar).

E veniamo infine agli interpreti. Qui ci si accorge, osservando ad esempio i pianisti e i violinisti, che c’è una leadership incontrastata, quasi un monopolio di un singolo nome. Dietro, il vuoto o quasi. Fra i pianisti domina Lang Lang, con 13493 hashtag, fra i violinisti David Garrett, con 26.170. Ho preso solo alcuni esempi:

  1. Lang Lang: 13493
  2. Yuja Wang: 1767
  3. Daniel Barenboim: 1574
  4. Valentina Lisitsa: 1448
  5. Yundi Li: 825
  6. Katia Buniatishvili: 475
  7. Andras Schiff: 347
  8. Krystian Zimerman: 308
  9. Ramin Bahrami: 261
  10. Grigory Sokolov: 251
  11. Mikahil Pletnev: 125
  12. Radu Lupu: 123
  13. Volodos: 87

Violinisti:

  1. David Garrett: 26170
  2. Ithzak Perlman: 2921
  3. Vanessa Mae: 2212
  4. Hilary Hahn: 1669
  5. Charlie Siem: 1003
  6. Ray Chen: 831
  7. Janine Jansen: 827
  8. Nigel Kennedy: 742

Infine, qualche dato su alcuni direttori: quotato Riccardo Muti, forse per i suoi successi in America, dove Instagram è molto diffuso:

  1. Riccardo Muti: 1197
  2. Simon Rattle: 965
  3. Valery Gergiev: 824
  4. Mariss Jansons: 534
  5. Riccardo Chailly: 372
  6. Daniel Harding: 348
  7. Ivan Fischer: 187
  8. Bernard Haitink: 138
  9. Yuri Temirkanov: 115
  10. Kirill Petrenko: 93

Questi sono solo alcuni esempi. La presenza nelle retrovie dei musicisti forse più raffinati, come Lupu o Temirkanov, è anche indice del fatto che i cultori di questi artisti tendono a snobbare tutto ciò che è immagine, marketing o “visibilità”. E, ovviamente, proprio sul culto dell’immagine è basato instagram. 

Non bisogna tuttavia stigmatizzare un nuovo atteggiamento di avvicinarsi alla classica, a volte apparentemente superficiale ma non sempre avulso da un vero affetto o, molto spesso, da un vero e proprio stato di esaltazione. Concludo con alcune foto che parlano da sé: c’è chi trova sexy suonare il pianoforte, chi per rilassarsi nella vasca da bagno ascolta Schubert (“I’m in heaven, with my favorite composer“), chi ricorda David Bowie violoncellista sul set del film “Miriam si sveglia a Mezzanotte” (ancora una volta, sul leggio abbiamo Schubert), chi inventa una collezione di teeshirts ispirate ai compositori, chi celebra Verdi fotografando i graffiti a lui dedicati presso le Colonne di San Lorenzo, nel centro di Milano. Insomma, come recita il nome del nostro network, la classica (è) viva!
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