Feb 202016
 

umberto-eco-4Scrivere qualcosa su Umberto Eco nel giorno della sua morte è di per sé non solo difficile, ma anche pretenzioso e un po’ paradossale. Il paradosso nasce da una delle più recenti affermazioni pubbliche di Eco, quella secondo cui il web avrebbe dato diritto di parola a legioni di imbecilli: e anche chi, come me, ha in parte criticato l’affermazione del Professore si ritrova oggi a scrivere un coccodrillo. Eppure, credo che il valore di Umberto Eco risiedesse proprio nel fatto che il suo pensiero, che traeva sostanza da innumerevoli letture e riflessioni, riuscisse sempre a scatenare una reazione, generando quindi nuovo pensiero, pur non sempre qualitativamente eccelso come il suo.
Non credo che, oggi, Eco sarebbe contento di un’agiografia o di una santificazione: perché, in fondo, pur essendo un intellettuale-modello, di quelli che nella loro carriera non hanno sbagliato un colpo, aveva una propensione per l’anticonformismo. Ce ne accorgiamo riguardando questo strepitoso momento televisivo del 1970, in cui, insieme a Paolo Poli, Eco rivaluta la figura dell’enfant-terrible Franti in un’analisi fulminante del libro Cuore di De Amicis:

Questi sette minuti, fondendo cultura e spettacolo, ci dicono molto su Eco. La precisione del linguaggio e l’acume dell’analisi rimandano al semiologo e allo studioso immerso nel mondo di Peirce e di Saussure, di Barthes e della Kristeva, di Greimas e di Chatman, di McLuhan e di Jakobson, di Hjelmsev e di tutta quella costellazione strutturalista a cui oggi guardiamo con un misto di nostalgia e di straniamento, come se fosse già lontanissima e un po’ irreale; ma, al contempo, c’è nelle parole di Eco una vitalità e una forza comunicativa che prescinde quasi dai contenuti. In qualche momento, abbiamo quasi l’impressione che Eco possa raccontarci qualsiasi cosa: lo ascolteremmo comunque. Che Eco ci abbia trasmesso contenuti e insegnamenti cruciali, è evidente; ma ancora più importante, forse, è il modo in cui ce li ha trasmessi. Parafrasando Roland Barthes, si potrebbe parlare di piacere dell’intelligenza: ogni suo intervento, che fosse di semiologia o di politica, di letteratura o di sociologia, solleticava la mente e allontanava da quel pensiero (si fa per dire) unico  proprio dei tanti fascismi che Eco ha sempre combattuto (individuandone le caratteristiche salienti: il culto della tradizione, il rifiuto del modernismo, il culto dell’azione per l’azione, il disaccordo come tradimento, la paura delle differenze, l’appello alle classi medie frustrate, l’ossessione del complotto, il machismo, il populismo).

In fondo, Eco ci ha teso una trappola, nella sua recente uscita sulle legioni di imbecilli che popolano il web: perché è lui stesso, nello scritto Come prepararsi serenamente alla morte, a dare la spiegazione di una sortita che poteva apparire arrogante. Eccone un passaggio:

“…cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea per i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?”

Si nasce incendiarii, si muore pompieri? Non esattamente. Nel celebre saggio Apocalittici e Integrati, il rapporto di amore-odio con la cultura di massa è più sbilanciato dalla parte dell’odio: se è vero, infatti, che Eco sostiene che l’intellettuale deve domandarsi quali azioni siano possibili all’interno della società di massa per poter far sì che la cultura continui ad essere veicolata, bisogna però ammettere che il ritratto che Eco fa della cultura di massa, partendo dall’intuizione di McLuhan sul villaggio globale, è largamente negativo. Negativo è, ad esempio, il fatto che la cultura di massa cerchi di andare incontro al gusto medio, evitando l’originalità; o il fatto che i prodotti culturali siano, in quanto tali, sottoposti a leggi di mercato; o la presenza dilagante di slogan, magari travestiti da citazioni; o il trionfo dell’attualità a scapito della memoria del passato; e infine il fatto che la cultura pseudo-popolare sia imposta in fondo dall’alto. Ma quel paternalismo che Eco rimproverava ai mass-media, non traspare anche un po’ dalla sua figura di maître à penser, che con i media ha sempre avuto a che fare? Bel vespaio. Eco lo sa bene, e sa anche che è impossibile uscire da una società di massa che ci contiene: se non, appunto, con la morte (sarà un caso, ancora una volta, che la sua frase sugli imbecilli arrivi prima dell’uscita di scena?). E quindi ritorniamo al punto cruciale: l’intellettuale deve domandarsi quali azioni siano possibili all’interno della società di massa. L’intellettuale è colui che rende possibile il passaggio della conoscenza ai posteri anche in un’epoca di barbarie.

Sarei bugiardo se dicessi di aver amato profondamente Il nome della rosa: come narratore, Eco non mi ha mai conquistato totalmente. È come se lo studioso facesse capolino continuamente, interrompendo l’illusione di realtà. In un certo senso, il medievalista e il teorico mirabile di Opera aperta o di Lector in fabula sono i principali nemici dell’Eco narratore. Questo è naturalmente solo un mio parere; anche se si potrebbe dire che lo stesso Eco, qualsiasi siano le ragioni, ha scelto di dedicare la maggior parte delle sue energie alla saggistica, con quasi cento pubblicazioni, invece che alla narrativa, con sette volumi. Tuttavia, più che un semplice romanzo, Il nome della rosa è anche l’opera con cui Eco dà scacco matto a tutti coloro che lo considerano intellettuale elitario e cerebrale. Perché? Semplicemente perché il suo romanzo postmoderno, meta-tutto, riesce a diventare un best-seller. Più che soffermarsi sul fatto che Il Nome della rosa sia o non sia un capolavoro, è importante capire che il suo successo svela in realtà il profondo bisogno di leggere qualcosa di intelligente da parte di quelle che siamo soliti chiamare masse (le quali sono pur sempre composte da singoli individui). Eco, dunque, è l’esatto contrario dell’editore-manager magari coltissimo e sofisticato che però lascia al popolo solo la spazzatura. Poiché continua a credere nel valore della cultura, Eco scrive un giallo storico che possa veicolare un mondo (quello medievale) a un pubblico che con quel mondo probabilmente non sarebbe mai e poi mai venuto in contatto.

Frammenti di conversazioni di adulti emergono dai miei ricordi di bambino e adolescente: quante volte sentivo dire “però anche di questi intellettuali non se ne può più”; “hanno fatto il loro tempo”. Alla parola intellettuale, ormai quasi un insulto, si aggiungeva poi sempre più spesso l’espressione radical chic. Dopo aver fatto il pieno di psicanalisi e strutturalismo, coloro che negli anni sessanta e settanta avevano divorato Jung e Lacan improvvisamente sembravano rinnegare tutto: e allora ecco gli anni ottanta e poi i novanta, per certi versi  liberatorî, ma anche tendenti a un pragmatismo a tratti davvero insulso. In Italia, sono gli anni dell’ascesa di Berlusconi, non a caso bersaglio costante di Eco; sono gli anni in cui la cultura orale e televisiva sommerge completamente quella scritta. Mi piace credere, sperando di non sbagliarmi, che l’inversione di tendenza ci sia già stata: non discuto che il web dia voce a legioni di imbecilli, ma in un certo senso con il web ritorna al centro la scrittura intesa come sforzo individuale, opposto a quella concezione passiva e acritica (poiché non ammette contraddittorio da parte del fruitore) che è tipica del medium televisivo. E tutto ciò, più che mai, ci dice che oggi l’intellettuale è davvero indispensabile, e che inutili sono semmai coloro che, magari avendo aspirato a lungo allo statuto di maître à penser, hanno cercato di liquidare figure come Eco relegandole nello sgabuzzino del cerebralismo.

Proprio alla fine della sua vita, Eco ha lanciato un messaggio forte staccandosi da Mondadori –ribattezzato Mondazzoli- per seguire la nascita dell’editore La nave di Teseo: http://www.repubblica.it/cultura/2015/11/24/news/siamo_pazzi_diciamo_addio_a_mondazzoli-128020646/ 

Messaggio forte, poiché riporta al centro l’idea di qualità e di indipendenza intellettuale su cui molti piccoli editori (chissà, magari un po’ anche noi) stanno scommettendo. Come i prodotti a kilometro zero o la rinascita di botteghe artigianali che ridanno umanità alla vita di quartiere nelle metropoli, la piccola editoria ha messo in discussione il monopolio di pochi grandi colossi: e se proprio questo fosse uno dei segni dell’inizio dello sgretolamento di quella società di massa e di quell’omologazione culturale da cui sembrava impossibile uscire? In questo senso, l’ultimo gesto di Eco chiude un’epoca, ma forse ne apre anche un’altra. Ma fin est mon commencement.

Luca Ciammarughi

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