Feb 082016
 

Riportiamo qui la recensione uscita sul quotidiano ticinese “La Regione” in data 30 gennaio 2016, in occasione della prima de “Il Trionfo del Tempo e del Disinganno” di Georg Friedrich Händel andata in scena al Teatro alla Scala il 28 gennaio 2016:

“Ripresa di una fortunata produzione zurighese, la prima rappresentazione al Teatro alla Scala della cantata morale Il Trionfo del Tempo e del Disinganno di Georg Friedrich Händel ha ottenuto un vivo successo: merito innanzitutto della musica folgorante di un ventiduenne appena sceso a Roma dalla Sassonia (correva l’anno 1707), ma anche di una produzione caratterizzata da una compenetrazione particolarmente armoniosa fra ciò che si vede e ciò che si sente. La regia di Jürgen Flimm, affiancato nella ripresa scaligera da Gudrun Hartmann, nacque in maniera assai rocambolesca: pensata inizialmente per Armida di Haydn, che a Zurigo non andò in scena a causa di un’indisposizione di Harnoncourt, fu semplicemente applicata al nuovo titolo. Le ragioni insite nell’ambientare un’allegoria morale, fondata sul dialogo fra Bellezza Piacere Tempo e Disinganno, nello storico restaurant brasserie La Coupole di Parigi sono dunque ragioni a posteriori; ma, per un caso fortuito, l’atmosfera dapprima lussuosa, poi, a fine serata, malinconicamente pensosa di quello che a Montparnasse fu un luogo di culto della convivialità calzava a pennello all’allegoria delineata nel libretto del cardinal Pamphilj, in origine non pensata per la rappresentazione scenica. Si tratta di una riflessione sul senso e sull’essenza della vita umana. Al centro non può esserci che Bellezza, emblema estetico del Settecento: essa è contesa dal sensuale Piacere, emblema di tutto ciò che è effimero, e da Tempo e Disinganno, coalizzati. È evidente che, dovendo far passare un messaggio edificante, il cardinale non poteva che far trionfare Tempo e Disinganno, stigmatizzando il carpe diem di Bellezza e Piacere; ma, dietro la lettera del testo, possiamo intravedere la morbosa attrazione per un edonismo caduco: un’attrazione che trova piena espressione nella musica del giovane Händel, sensuale sia nei momenti più travolgenti che in quelli nostalgicamente pensosi. È cosa nota, del resto, che i retaggi della Controriforma si univano, nella Roma delle corti cardinalizie, con una sfrenata aspirazione al piacere.

Su queste basi, la direzione musicale di Diego Fasolis è risultata molto convincente per certi aspetti, meno per altri: le scelte ritmiche, soprattutto nelle arie più vorticose, e la cura nell’accentuazione sono parse perfette per restituire l’immagine quasi angosciosa del Tempus fugit e la tendenza prettamente barocca all’incessante metamorfosi; d’altro canto, una maggiore densità di suono, nonché un maggior respiro nei momenti più languidi, avrebbe forse reso maggior giustizia all’erotismo che avvolge l’intero lavoro. Certo, sarebbe sbagliato fare di Händel un romantico ante-litteram: ma sarebbe giusto riflettere sul fatto che Il Trionfo fu diretto per la prima volta da Corelli con un’orchestra di cinquanta elementi. Possiamo solo immaginare quale sontuosità uscisse dagli strumenti degli arcadi, quale senso del meraviglioso! Alla Scala i musicisti erano circa la metà: in parte I Barocchisti, in parte il nuovo complesso scaligero su strumenti originali. Per questi ultimi, si trattava di un debutto con corde di budello e arco barocco: e un po’ lo si è sentito, soprattutto nella difficile Sonata del ouvertura, a livello di intonazione e qualità del suono. Nel complesso, i due ensemble si sono ben integrati nella visione proposta da Fasolis, energica ma anche attenta ai silenzi e ai momenti di stasi filosofica, che trovavano un riscontro visivo nelle scene magnetiche di Erich Wonder.

Considerando che Fasolis non si è dedicato fino ad oggi moltissimo all’ambito operistico-teatrale, ha stupito la sua abilità nel saper mantenere il contatto con il palcoscenico: l’insieme fra cantanti e orchestra è stato pressoché inappuntabile. Tre dei quattro cantanti si sono ben adattati al rapido metabolismo del direttore, dando prova di grande duttilità musicale: Lucia Cirillo, in particolare, ha convinto con agilità chiarissime e bellezza di colore; Martina Janková, partita un po’ in sordina, ha poi saputo dare una caratterizzazione affascinante di Bellezza, vittima delle manipolazioni degli altri personaggi; Leonardo Cortellazzi ha dimostrato sicurezza e pienezza vocale, senza particolari voli poetici. Ma il vero culmine artistico della serata è stata Sara Mingardo (Disinganno), che ha imposto la propria visione: soprattutto nell’aria Crede l’uom ch’egli riposi, quel  languore sensuale e quella densità di pensiero che altrove latitavano un po’ sono risultate tangibili al pubblico scaligero.”

Luca Ciammarughi

Feb 082016
 

 

“La sala da concerto è morta stecchita”. L’affermazione è certamente radicale, ma, aldilà della sua essenza provocatrice, vi è racchiusa in nuce tutta una costruzione estetica che, infine, ha portato Gould a ritirarsi dalle scene a soli 32 anni.

Non vogliamo nemmeno considerare l’ipotesi che Gould “fosse la sua malattia” – alcuni gli annoverano, tra le tante qualità, anche quella dell’Asperger ; questo riduzionismo brutale non fa parte – o meglio, non dovrebbe – di una possibile discussione su temi prettamente estetici. Poiché, in effetti, di questo trattiamo sempre quando ci approcciamo a Gould. La sua esistenza fu una perfetta coincidenza tra queste due dimensioni : può certamente essere vista, nella sua unità, come un’opera d’arte. Per di più, un’esistenza completamente votata all’opera d’arte. Questa coincidenza è senza dubbio ciò che, in aggiunta dei comportamenti istrionici, del repertorio desueto, delle scelte musicali bizzarre, rappresenta l’ineguagliabile di Gould, l’inarrivabile e, soprattutto, l’irripetibile.

Parlare di Gould è parlare, secondo Deleuze, di una molteplicità di punti che diventano linee. Un disegno compiuto, riconoscibile a distanza, un Seurat della musica forse. Come punti, tutte le scelte di Gould corrispondono ad un’idea precisa di musica, di pubblico, di progetto sonoro. Come linee, per noi che ne siamo gli eredi, le molteplicità delle scelte gouldiane ne tracciano il pensiero, complesso e radiale.

Esempio cogente di queste “radiazioni” è il dialogo, l’intervista. Gould ne intrattenne numerose, e ognuna di queste serba piccoli germi di verità, su se stesso. E ciò che colpisce, ai nostri occhi, è anche questa apparente sincerità, talvolta brutale : Gould non è riuscito a ingannar-si, a tramortirsi con il frastuono del pubblico, perciò intraprese quella scelta, insensata per molti, di abbandonare le sale da concerto.

(A questo punto non possiamo risparmiarvi una delle sue affermazioni disarmanti, a tal proposito :

“Nessun pubblico mi ha mai dato il minimo stimolo. Gli applausi di un certo tipo di pubblico possono essere maggiori di quelli di un altro a livello di decibel, ma, dato che provengo da una città conservatrice come Toronto, ho imparato che il rumore non equivale necessariamente ad un apprezzamento sincero.” )

Nemmeno nella scelta del repertorio Gould riuscì ad ingannar-si, troppo precise erano le sue esigenze estetiche. Non è forse, per l’appunto, l’irripetibile che egli ha perseguito con ossessione? L’irrepetibile dell’esecuzione dal vivo non è una scelta personale : si tratta di un’arena, di una battaglia, dove l’idea regina è quella del concertista che “ha un’unica chance” :

“Per me [l’idea che l’artista abbia un’unica chance] è una cosa crudele, feroce, idiota. È esattamente questo che spinge i selvaggi come quegli abitanti dell’America Latina che vanno a vedere le corride.”       

L’irripetibile, l’esautorazione di ogni possibilità, è possibile sono tramite una ricerca privata, solitaria, maniacale. Questo è il significato dell’incisione, per Gould : la libertà dell’artista, libertà di agire all’oscuro del pubblico e dei media – sebbene, ad oggi questo tipo di libertà sia, anch’essa, irripetibile.

 Il sogno di Gould era che ogni ascoltatore potesse adattare ai suoi gusti personali qualsiasi incisione, e ciò a discapito del nome dell’artista, che deve sparire lentamente e dissolversi.  Questa tesi, che somiglia terribilmente alla tesi foucoultiana della “morte dell’autore”, non è che l’esaltazione dell’univocità estetica, ed è in netto contrasto con l’esperienza concertistica, così profondamente antidemocratica, ineguale e, infine, immorale.

Già, è proprio questo l’ultimo pregnante passaggio del pensiero di Gould che più deve colpirci, questo intimo legame tra arte e moralità. Come può essere morale, d’altronde, pretendere che tutti i 5000 spettatori  della Royal Albert Hall possano ascoltarmi con la stessa attenzione, che possano sentire tutti, da quello più lontano a quello più vicino, nella medesima intensità? Come può essere morale esaltare questo rapporto di superiorità dato dall’artista, che sovrasta in tutto e per tutto il suo pubblico?

L’arte di Glenn Gould è forse l’emblema di un’opera d’arte che non è riproducibile, nell’epoca in cui la riproduzione è il modus operandi di qualsiasi attività umana. L’irripetibile, però, non va confuso con il sacro. Anzi, Gould è stato umano, più umano di molti altri artisti esprimendo la sua personalità nei brani prediletti, fornendoci un esempio di simbiosi così totalizzante da essere spaventoso, per molti. Questa immensa fragilità – perché l’irripetibile è talmente sensibile che in una ripetizione si distrugge – potrebbe essere una meta per ogni musicista, come potrebbe esserlo la dedizione completa e la completa umiltà, che non si separano tuttavia dalla provocazione, dal voler uscire da sé e dall’altro da sé, nel voler raggiungere l’impersonale, l’aldilà delle categorie. O, per dirla con le parole di Gould, “superare lo strumento”.

Anche in ciò, Gould sarà sempre un esempio : la contraddizione esiste solo nei termini di una coerenza logica, lineare. L’elemento radiale non è però composto solo di linee, ma di imprevisti e bruschi traballamenti. Ed eccola, l’esistenza umana, che non fu mai traiettoria prestabilita, ma infinito brancolamento di punti.

 

Artin Bassiri Tabrizi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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