Gen 212016
 

Registrare musica oggi: e se davvero la smettessimo di cercare la (presunta) perfezione?
liveIl dibattito non è certo una novità: da diversi anni, l’idea che un’incisione debba a tutti i costi essere senza sbavature è entrata in crisi. Eppure, per chi è cresciuto negli anni Ottanta e Novanta, in cui l’onda lunga dello strutturalismo e dell’oggettivismo faceva sentire ancora tutta la sua forza, l’idea di un cd in cui ci sia una nota sbagliata o una qualche imperfezione potrebbe sembrare una sorta di mostruosità. Hai voglia a cercare di auto-convincerci che la spontaneità è meglio di un maniacale controllo: quando sentiamo qualcosa che oggettivamente è errato, la maestrina dalla penna rossa che è in noi inizia ad agitarsi e a reclamare. Eppure, è forse arrivato il momento di capire una volta per tutte che no, non è l’errorino o la lieve perdita di controllo a determinare la felice riuscita di un’esecuzione: non solo in concerto, ma anche in registrazione. 

Il risvolto apparentemente paradossale della questione è che proprio alcuni pianisti talvolta accusati di essere un po’ algidi nella loro perfezione hanno iniziato a pubblicare registrazioni in cui sentiamo piccole sbavature: fra i più noti, i russi Mikhail Pletnev e Grigory Sokolov. Il primo ha pubblicato l’anno scorso per l’etichetta Onyx un cd intitolato “Pletnev in person”, in cui ha ripescato i momenti in cui suonava per se stesso, fra un take e l’altro, in passate sedute d’incisione: queste esecuzioni, captate dai microfoni come eventuale materiale per correzioni, rispecchiano un modo di suonare in relax, senza preoccuparsi di dover realizzare ogni passaggio perfettamente. Ascoltando il disco, assai bello, non facciamo minimamente caso a qualche sbavatura, poiché siamo immersi in un discorso musicale che si dipana con grande spontaneità e originalità. Questo è però valido per sessioni in cui Pletnev, originariamente, non avrebbe mai pensato di pubblicare quel materiale: se fosse partito con l’idea che anche quei momenti di “riscaldamento” sarebbero potuti entrare nel cd, la sua spontaneità sarebbe stata la stessa? Probabilmente no. Pubblicare un disco del genere, comunque, è un passo importante verso un cambio di mentalità che potrebbe essere cruciale, e che potrebbe modificare anche il nostro modo di ascoltare durante i concerti dal vivo: ossia, smetterla di fare le pulci all’esecutore su eventuali note sbagliate e vuoti di memoria, lasciando che egli (e quindi noi che lo ascoltiamo) si goda in santa pace la musica (oppure soffra in santa pace con essa, senza troppe inibizioni). Diverso è il caso di Sokolov: il grande gigante gentile del pianoforte, come già faceva quando incideva per Opus 111, ha pubblicato per Deutsche Grammophon due doppi cd (Mozart-Chopin l’anno scorso, Schubert-Beethoven quest’anno) che sono lo specchio assolutamente fedele di suoi concerti live, proibendo tassativamente agli ingegneri del suono di fare qualsivoglia intervento di make-up. Alla fine della prima frase della Sonata op. 106 di Beethoven, sentiamo chiaramente un piccolo pasticcetto, che provoca anche un po’ di sconquasso nella ritmica. Fosse nel bel mezzo della Sonata, passerebbe più inosservato, ma all’inizio!

Dicevo: paradossale che si tratti di pianisti a volte tacciati di perfezionismo quasi eccessivo. E invece no, a ben pensarci: perché sia Sokolov che Pletnev non devono certo dimostrare al mondo di essere perfetti. Ho assistito a diversi loro recital, e ho sempre contato sulle dita di una mano le note errate. E allora è assolutamente logico che i due russi pubblichino incisioni “imperfette”: in tal modo, dimostrano che la perfezione maniacale non è affatto una loro priorità. Così facendo è come se dicessero “vedete, per me essere perfetto non ha alcuna importanza”. Appaiono più umani. Naturalmente vale anche il contrario: spesso, musicisti tendenti a “sporcare” in pubblico diventano maniacali in fase di registrazione, proprio per dimostrare di saper essere “puliti”.

Perché, parlando di incisioni, ho messo “imperfette” fra virgolette? Perché chiunque viva la musica come forma di espressione sa benissimo che la perfezione, artisticamente parlando, sta tutta nella comunicazione del messaggio musicale. Un’esecuzione intonsa, ma priva di comunicativa, è sommamente imperfetta; mentre un’esecuzione piena di sbavature, ma con un magnetismo e un’aura speciali, fa centro. Quando ascoltiamo le vecchie incisioni di Alfred Cortot, per citare un classico della “svizzera” facile (svizzero, del resto, lo era), gli errori di note non ci impediscono affatto di apprezzare pienamente il messaggio che questo sublime pianista ci comunica.

Anche fra i pianisti delle ultime generazioni, tuttavia, c’è chi comincia a pubblicare concerti live senza ritocchi, oppure chi, in sala di registrazione, sceglie un take “tutto filato”, in cui non venga interrotta la continuità del discorso e dell’ispirazione musicale. In quest’ultimo modo, se non ricordo male, Gianluca Cascioli ha registrato un album debussiano. Oppure, per stare sull’attualità, così è registrato il cd bachiano di Scipione Sangiovanni in edicola questo mese con la rivista “Suonare news”. E se questo “modus operandi” iniziasse veramente a far scuola? Io penso che avremmo molta più varietà di atteggiamenti, di fraseggi e anche di timbri (magari osando di più nei contrasti dinamici o nell’agogica, anche a rischio di perdere un po’ la trebisonda) di quanto ci abbia abituato il vecchio modo di incidere, tutto alla ricerca dell’equilibrio e della levigatezza. 

La questione è in realtà più delicata di quanto non sembri: si potrebbe infatti obiettare che la registrazione sia cosa radicalmente diversa dall’esecuzione in concerto. Se seguiamo la strada aperta da Glenn Gould, il disco è un oggetto estetico in sé compiuto, che poco o nulla dovrebbe aver a che fare con l’umanissimo pathos dell’esecuzione live. C’è da dire che la tendenza al lifting sonoro, che spopola nel mondo pop, fino a rendere bellissime voci di fatto brutte, ha avuto a mio avviso una ricaduta negativa sulla dimensione artistica, nel senso di arte nel suo farsi. Forse dovremmo iniziare a renderci conto che la prospettiva estetica e il “prodotto finito” rischiano di andare a detrimento di quella artistica, transeunte e impalpabile.

Luca Ciammarughi

Print Friendly, PDF & Email
Loading Comments…

Please Registrati or to leave Comments