Gen 162016
 

Spring For Music - Alan Gilbert conducts the New York Philharmonic, Carnegie Hall 5/5/14.

Ed eccomi ancora una volta a scrivere di ciò di cui sembrerebbe difficile, o a volte persino sbagliato, parlare: la musica. Qualsiasi musicista, o qualsiasi appassionato, sa bene che la musica attiene alla sfera dell’ineffabile: non può essere detta completamente a parole, sfugge a ogni definizione univoca, contiene sempre un quid (Jankélévitch lo chiamava je-ne-sais-quoi, non-so-che) che non si lascia afferrare.

Perché, allora, ci ostiniamo a parlarne? Che senso hanno i dibattiti, a volte addirittura i litigi o (horribile dictu) le guerre, intorno all’arte dei suoni? Forse è proprio l’inafferrabilità della musica a stimolare il confronto e lo scontro verbale: sappiamo in partenza che il viaggio in cui saremo condotti non ha un punto conclusivo. Il percorso, diceva Kavafis in Itaca, è più importante della mèta: parafrasandolo, potremmo dire che la musica ci “ha dato il bel viaggio” e senza di lei mai ci saremmo messi in cammino: cos’altro ci aspettiamo?

La musica è, in questo senso, un alter ego (e forse il più potente) del Desiderio, di quell’eros che è vita: e, sillogisticamente, potremmo dire che la musica è vita. Ma c’è qualcos’altro: ne parla Lawrence Kramer in un volumetto che da qualche anno porto regolarmente con me, Perché la musica classica? (pubblicato in Italia da EDT nel 2011). Si tratta del legame fra la musica – e in particolare quella musica che definiamo “classica” (torneremo un’altra volta su questo termine) – e l’esperienza del Sé interiore. La musica ci dà piacere, certo; a volte addirittura esaltazione. Oppure lenisce e consola. Ma non si limita affatto a questo. L’ascolto musicale, per come si è formato nell’Ottocento e Novecento, non ci porta soltanto a trarre conclusioni che riguardano la musica, il brano eseguito o l’interpretazione: esso ci conduce a sondare le verità fondamentali (benché assolutamente misteriose e sfuggenti) dell’esistenza soggettiva. In parole più semplici, percepiamo con una chiarezza assoluta, benché difficile da mettere nero su bianco, che la musica ha a che fare con la nostra vita. La musica è uno specchio della nostra identità, ci aiuta a capire chi siamo, stimola in noi un dialogo interiore: e l’identità, come la musica stessa, è naturalmente in continua trasformazione, in movimento come la musica stessa. È per questo che la musica mal sopporta i dogmi e le eccessive cristallizzazioni. Ed è anche per questo che sarebbe importante parlare di musiche, piuttosto che di un’unica monolitica Musica.

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