Gen 142016
 

Ho scritto proprio ieri, a proposito del concerto milanese del pianista Mikhail Pletnev, che un successo non si valuta unicamente dagli applausi. Ma la “fenomenologia dell’applauso”, per così dire, meriterebbe degli approfondimenti: c’è applauso e applauso. Ce ne siamo accorti ieri, al Teatro alla Scala, in occasione della ripresa (l’ottava, dall’ormai lontano 1994!) dello spettacolo di Gilbert Deflo, con Nicola Luisotti a dirigere per la prima volta il titolo verdiano nel Teatro milanese. Nel complesso, la rappresentazione è stata un netto successo, ma non un trionfo: otto minuti di applausi alla fine. Alla fine dell’atto II, però, è successo qualcosa che alla Scala non succedeva da trent’anni: Leo Nucci (Rigoletto) e Nadine Sierra (Gilda) hanno ottenuto tali applausi e urla di “bravi!” e “bis!” nella stretta Sì vendetta da arrivare a replicare a sipario chiuso il finale d’atto. Non accadeva qualcosa del genere, in Scala, dal 1986. Il duetto fra il veterano Nucci, che alla sua età domina ancora il ruolo in maniera miracolosa, e la giovane Nadine Sierra, al suo debutto alla Scala, ha emozionato fortemente il pubblico, arrivando a creare uno di quei momenti in cui qualcosa di davvero magnetico accade in palcoscenico. Ma trarre conclusioni sul valore artistico della rappresentazione nel complesso, al di là di questo fatto eccezionale, sarebbe avventato. 

L’ormai classico spettacolo diretto dal belga Gilbert Deflo è, per certi versi, una garanzia: le scenografie tradizionali di Ezio Frigerio non turbano il pubblico, e anzi lo tranquillizzano e seducono con ampi interni fastosi; le vetrate del secondo atto e le colonne ioniche (le cui scanalature, però, sono sfasate da un pezzo all’altro) sono un piacere per gli occhi. Così come i costumi. Per altri versi, però, il realismo di questa regia crea non pochi problemi: per esempio, l’acqua che viene fatta cadere dall’alto durante il temporale viene giù a getti irregolari (nessuno ha regolato la doccia?), suscitando un effetto piuttosto buffo. Gli ampi spazi creati dalla scenografia non aiutano poi di certo le voci. E il sistema di vani, di porte e di scale della casa di Rigoletto da cui viene rapita Gilda rischia di trasformare in vaudeville una scena già complicata, quella in cui il buffone viene bendato. 

La direzione di Nicola Luisotti si caratterizza per una certa enfasi drammatica, decisamente lontana dalle finezze ascoltate ad esempio recentemente nel Falstaff diretto da Daniele Gatti. Due opere diverse, si dirà. Certo, Rigoletto è opera considerata popolare: tuttavia, questo aggettivo viene spesso malinteso, poiché si scambia il popolare novecentesco per quello ottocentesco. Ciò che spesso i melomani chiamano ritorno alla tradizione è più un ritorno a ciò che essi hanno ascoltato durante la loro giovinezza (e, dunque, nel Novecento) che un ritorno alle origini vere e proprie, di cui soprattutto il testo è testimone. Prendiamo l’aria del Duca di Mantova Questa o Quella: Verdi scrive in partitura Allegretto, ma soprattutto scrive nella parte del canto Con eleganza. Se l’interprete, Vittorio Grigolo, voce peraltro bellissima e figura dalla presenza scenica forte e convincente, imposta l’interpretazione in modo testosteronico, con accenti improvvisi e voce perennemente stentorea, e se il direttore lo asseconda, è chiaro che l’indicazione verdiana viene un po’ ignorata. Non è per far cavilli, ma il fatto è che -pur comunicando concetti forti- Verdi conserva sempre una nobiltà musicale: il pathos non sta nel creare effetti sorprendenti, ma nella verità umana dei personaggi (e, naturalmente, della musica). Esagerare nella caratterizzazione non è affatto necessario, perché già la scrittura verdiana contiene il giusto carattere, senza bisogno di esasperazioni. Ciò vale a mio avviso anche per il personaggio di Rigoletto: Leo Nucci è certamente straordinario nel creare un Rigoletto completamente suo, che non copia modelli del passato, un Rigoletto fra lo spaesato e lo sprezzante: da un lato, quasi infantile, come se il suon dover esser buffone lo abbia infine fatto regredire davvero a una sorta di immaturo gigioneggiare; dall’altro, a suo modo geniale, in quanto portato a usare il suo status di idiota (in senso dostojevskiano) per farsi beffe dei potenti. Esistono però momenti dell’opera in cui questa attitudine a mio avviso non permette di cogliere completamente il pathos dello sfortunato personaggio: uno di questi è la scena precedente all’aria Cortigiani, vil razza dannata. Quando Rigoletto canta La ra La ra, è la musica sottostante degli archi, ancor più delle parole, a comunicarci il sentimento di pietà profonda che lo stesso Verdi prova per questo anti-eroe: qui il canto dovrebbe rivelare il dolore e l’angoscia profonda (“Guardate com’è inquieto!”) del personaggio, perché è la musica stessa, con le sue figurazioni sospiranti, a suggerirlo. Luisotti e Nucci sembrano cercare effetti teatrali attraverso piccoli cedimenti o caratterizzazioni, ma basterebbe mantenere l’ineluttabilità dell’incedere verdiano (che non chiede alcun ritardando), nel cui fatalismo è già implicito il destino nefasto del giullare. Tornare a una tradizione novecentesca spesso imperniata su un atteggiamento più veristico che romantico, è dunque un successo? Dipende. Sicuramente, un leone del palcoscenico come Leo Nucci rende credibile qualsiasi cosa. Così come, nel Novecento, il La ra La ra di Tito Gobbi-Tullio Serafin o quello di Ettore Bastianini-Gianandrea Gavazzeni erano più che credibili e molto intensi, pur staccando un tempo molto più lento dell’Allegro moderato assai chiesto da Verdi. Questo, però, non dovrebbe portarci a trarre facili conclusioni su cosa significhi interpretare Verdi in maniera popolare (ma ancora una volta, che significa popolare per i romantici?) o su cosa sia l’accento verdiano. 

Una menzione speciale va data all’interprete di Gilda, Nadine Sierra, lei sì davvero elegante nella vocalità, irreprensibile nel registro acuto, aggraziata e naif al punto giusto. Molto buono anche lo Sparafucile di Carlo Colombara, mentre, all’interno di un cast di così alto livello, sono rimasti un po’ penalizzati il Monterone di Giovanni Furlanetto (dalla proiezione vocale insoddisfacente) e la Maddalena di Annalisa Stroppa. Decisamente d’alto livello la prova dell’orchestra, che ha ben retto i tempi spesso molto mossi (anche giustamente: penso proprio al Sì vendetta bissato, Allegro vivo) di Luisotti, ed eccelsa quella del coro guidato da Bruno Casoni.

Luca Ciammarughi

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