Lug 022014
 

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“Quando la grande musica ti entra in casa…”

Il 7 Giugno Stefano Ligoratti e il Quintetto d’archi “I Solisti Laudensi” si sono esibiti a Milano in un interessantissimo riadattamento cameristico di due magnifici concerti per pianoforte e orchestra: il Concerto n.3 (op. 37) di Beethoven e il Concerto (op. 54) di Schumann. Grazie al Centro Culturale della Cooperativa di via Ornato, l’evento si è tenuto in una sede decisamente particolare – il cortile della Corte ottocentesca di via Ornato. Anche se dovute per lo più a delle necessità, le scelte fatte stimolano notevoli riflessioni sul ruolo della musica classica (genericamente intesa) nel “mondo moderno”, dandoci l’occasione di apprezzarne in modo totalmente diverso alcune sfaccettature.

Primo motivo di riflessione è il ruolo del pianoforte, che acquisisce una preponderanza ancora maggiore, sfoggiando interamente la sua vasta gamma di suoni e potenzialità espressive. Gli archi, invece, ridotti a un quintetto, vengono a ricoprire un ruolo molto delicato: a bassi numeri cresce notevolmente il rischio di risultare “aciduli” (soprattutto per quel che riguarda i violini), proprio quando, di contro, la situazione richiede al contempo rotondità di suono e delicatezza, in modo da creare una sorta di lieve cornice.

Proprio il tema della “cornice” ci porta a un altro, fondamentale, aspetto della questione: l’abito. Se, da un lato, siamo spesso portati a pensare all’800 come al secolo d’oro del Romanticismo e della grandiosità, è altrettanto vero che il XIX è stato il secolo della borghesia, il cui locus amoenus divenne il salotto borghese, l’intimità della casa. Ebbene, in questo concerto abbiamo potuto assaporare uno strano cocktail di queste realtà in contraddizione, un “Beethoven in sordina”, un eroe romantico in vestaglia; con questo nuovo abito viene appena smorzato l’impeto degli Allegro, mentre il secondo movimento, tipicamente vissuto come semplice “pausa”, si trova perfettamente a proprio agio, con sonorità differenti – più dolci, se vogliamo, e più profonde, in particolar modo per ciò che riguarda il violoncello, le cui vibrazioni possiamo cogliere decisamente meglio. Riprendendo il termine “cornice”, che ben si addice alla musica da camera, pensiamo, quindi, a quanto la situazione possa modificare la musica che ascoltiamo; se il collegamento con l’arte visiva è immediato, lo è anche ricollegare questa versione cameristica del concerto alle sue origini 600esche e alla musica delle corti del 700.

In altre parole abbiamo assistito a un trait d’union tra il romanticismo (come dal titolo “Romanticismi in musica”) e il rococò, a una versione boccheriniana di Schumann e Beethoven, paradossalmente proprio con il concerto che è stato la chiave di volta del passaggio al romanticismo del compositore di Bonn. Fortunatamente, del XIX secolo è anche la location, il cortile interno di un’antica casa popolare ammodernata. Questa singolare situazione, per quanto non del tutto favorevole alla fruizione della musica e nonostante gli inevitabili inconvenienti del suonare all’aperto, stimola importanti riflessioni sulla rivalutazione e rivivificazione della musica classica, ormai sempre più di nicchia: grazie al “nuovo” abito, più intimo, questi concerti diventano a “misura d’uomo”, entrando letteralmente in casa dell’ascoltatore.

Senza dubbio questa iniziativa, forse accostabile ad altre, comunque recenti, quali Pianocity, permette una maggiore visibilità (e accessibilità) a una musica che sempre di più si sta richiudendo nei “soliti” teatri, legata a tradizioni stringenti e difficilmente aperte verso il nuovo (con conseguenze catastrofiche per i compositori contemporanei). In un certo senso le trascrizioni con organici differenti, oggi non tanto usitate, nascono proprio dall’esigenza di adattare la musica alle possibilità e non è un caso che questa pratica, molto in voga proprio nell’800 – secolo in cui tutti cercavano di conoscere musica sempre nuova, vuoi per spirito nazionalistico, vuoi per caratteristiche intrinseche alla realtà borghese – venga riscoperta oggi, in un periodo di grandissima disponibilità di comunicazione e conseguente confusione, con un parallelismo che mette in evidenza la ciclicità storica della nostra società.

La grandezza del Romanticismo riesce, grazie sia al notevole talento dei musicisti sia alla maestria dei trascrittori (Jeremy Liu per Schumann e Vinzenz Lachner per Beethoven), a penetrare i nuovi muri, fondendosi perfettamente alla realtà intima con cui entra in contatto. Senza alcun dubbio il merito maggiore va, però, ai musicisti, in grado di dare vita alla musica in maniera praticamente impeccabile nonostante le difficoltà – per quanto molti sembrino dimenticarlo, i musicisti sono e rimangono esseri umani in carne e ossa: fare musica richiede un notevole grado di concentrazione e, se uccelli e neonati sono incognite cui è impossibile porre rimedio, di certo alcuni comportamenti di persone adulte sono evitabili; in fin dei conti, però, la serata aveva come obiettivo proprio quello di far fondere la musica “alta” con la vita di tutti i giorni e, tenendo a mente questo presupposto, ci sarebbero potuti essere imprevisti ben peggiori. Aspetto cruciale della questione diventa, in quest’ottica, il tentativo di de-sacralizzare l’evento musicale: da spettatori siamo abituati a vivere i concerti come momenti unici, quasi mistici, limitando la comunicatività “istintiva” per dare spazio al solo elemento razionale/spirituale. Ebbene, in questo caso si è tentato di andare nella direzione opposta, in modo da renderla una realtà più viva e, ut supra, “a misura d’uomo”.

Ecco che il ruolo degli interpreti assume ulteriori complessità, per via della necessità di ottenere una concentrazione tale da superare gli ostacoli e coinvolgere fino al silenzio un pubblico non “museale”, non abituato a quel tipo di fruizione ed eventualmente restio a tale forma di catarsi, per così dire statica. Quasi incredibile, a questo punto, diventa pensare che l’intero organico fosse composto da musicisti giovani (anzi, giovanissimi!), che il pianista abbia svolto anche il ruolo di direttore (certo, con un organico ridotto sembra un lavoro più semplice, ma gestire tempi e interpretazioni altrui mentre si è concentrati sui propri richiede una consapevolezza, una visione d’insieme e una destrezza a dir poco unici), che l’intero spettacolo sia stato preparato in tempi brevissimi …

A dispetto di ciò, l’esecuzione è riuscita in modo magistrale, coinvolgendo tutti i presenti. D’altra parte vedere un pianista in grado di suonare Beethoven con simili scioltezza, coinvolgimento e consapevolezza, pur mantenendo la “serenità” che più si addice alla musica da camera, dosando alla perfezione tecnica ed espressività, dandogli un taglio così personale (anche solo per via della comunque insolita trascrizione per un brano del genere) e tirando fuori veramente il meglio da ogni frase non è proprio cosa da tutti i giorni. Il vero talento conquista chiunque – ho visto persino un cane affacciarsi a uno dei balconi con la testa china, ammutolito – e senza ombra di dubbio Stefano Ligoratti di talento ne ha da vendere; persino solo il suo breve bis in solitaria, la Sonata K. 455 di Scarlatti, sarebbe bastato a dimostrarlo.

Da menzionare, al di là dei meritati e doverosi elogi al gruppo intero, è anche Alessandra Pavoni Belli, sostituto primo violino, che, a soli 22 anni, ha dimostrato di avere le qualità peculiari del suo ruolo in termini sia di interpretazione sia di leadership. Tirando le somme, non si può che comprendere e condividere l’entusiasmo del pubblico presente, letteralmente entusiasta, con addirittura qualche “fan” rimasto ad attendere l’uscita dai camerini.

Gabriele Giacosa

Gli Artisti

Quintetto d’archi “I Solisti Laudensi”
1° Violino Alessandra Pavoni Belli
2° Violino Olga Introzzi
Viola Fabio Merlini
Violincello Matilda Colliard
Contrabbasso Stefano Morelli
 Pianoforte Stefano Ligoratti
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