Ott 022011
 

Pubblichiamo un bel reportage (articolo e fotografie) del giovane pianista e musicologo Luca Ciammarughi, cui diamo il benvenuto tra i collaboratori del nostro blog: Musica e Bellezza ad ogni costo – il Festival Enescu di Bucarest.

Ateneul roman - BucarestLa recessione economica internazionale e l’ancor più accentuato stato di crisi in cui versano arte e cultura in un’epoca di tagli sembrano non esistere se si sfoglia il programma del Festival Enescu 2011 (1-25 settembre), appena conclusosi a Bucarest: quasi un miracolo per ricchezza e varietà della programmazione, levatura dei solisti e delle orchestre, capacità di coinvolgere le istituzioni e ogni minima fibra di un tessuto cittadino pieno di un fascino inusuale.

Sono stato a Bucarest per la seconda volta, e a distanza di due anni ho trovato una città trasformata: i cani randagi che sbucavano da ogni angolo della strada sono diminuiti, il dinamismo delle attività si è intensificato, il processo di ripulitura e restauro dei meravigliosi palazzi della vecchia nobiltà riporta lentamente al loro splendore le bellezze architettoniche di una città destinata a diventare uno dei più straordinari musei a cielo aperto d’Europa. Il contrasto fra i colossali edifici lasciati dal regime comunista di Ceausescu (innanzitutto la “Casa del Popolo”, il secondo edificio più grande del mondo dopo il Pentagono) e le architetture art-déco, ancora spesso in stato decadente, crea l’impressione di trovarsi in un luogo bizzarro ma incantato, in cui le epoche storiche sembrano sovrapporsi in uno spiazzante corto circuito temporale.

Casa del popolo - Bucarest

Gli abitanti di Bucarest amano la loro città e si impegnano per valorizzare la civiltà passata e presente, così lontana dai pregiudizi che da noi circolano sulla Romania; lo fanno sempre con classe, senza ostentare i punti di forza, e anzi conservando un certo scetticismo riguardo ai “progressi” a cui li ha condotti l’occidentalizzazione.

Alexandra, giovane e preparatissima musicologa, mi racconta che le iscrizioni all’Università di Musica di Bucarest stanno diminuendo, perché i giovani faticano a trovare lavoro con l’arte dei suoni – come da noi. Claudiu, che lavora nell’alta moda ma conosce e ama la musica classica come la maggior parte dei ragazzi rumeni, accenna con nostalgia all’epoca di Ceausescu, quando “almeno i soldi venivano impiegati per costruire”, mentre oggi tutto è diventato più lento e macchinoso, e il denaro va a finire non si sa dove.

Le ombre non mancano, ma il merito del festival – e in particolare del direttore artistico Ioan Holender – è stato quello di assicurarsi un’ondata di sponsor, che vanno ad aggiungersi al cospicuo sostegno statale. Ma perché, viene da chiedersi, lo stato rumeno, certo meno ricco del nostro, sostiene tanto generosamente un festival di musica classica? La risposta non può essere unica: sicuramente sopravvive la concezione comunista dell’arte come nutrimento (e talvolta consolazione) per il popolo, nonché come simbolo di primato culturale; ma, risalendo più indietro nel tempo, la “Piccola Parigi” – come veniva chiamata all’inizio del ‘900 – ha sempre posto l’arte e la nobiltà interiore del coltivare la bellezza artistica al primo posto. Non dimentichiamo anche il forte impatto che il turismo culturale ha sull’economia del paese, oltre a quel pizzico di rivalsa che i rumeni hanno nei confronti di quegli stranieri che – magari senza la loro preparazione culturale – sono imbevuti di preconcetti nei confronti del “paese di Dracula”. In Romania la maggior parte dei bambini studiano musica e spesso strumento, il 95% delle città con più di 100.000 abitanti hanno un’Orchestra Filarmonica Nazionale e spesso le città più grandi (come Cluj) hanno ben due teatri lirici. A Bucarest le orchestre di prima grandezza sono almeno quattro: la Filarmonica “George Enescu”, l’Orchestra della Radio, l’Orchestra del Teatro Nazionale dell’Opera, l’Orchestra dell’Operetta. Se aggiungiamo il fatto che  in Romania c’è un canale televisivo dedicato a tutte le forme artistiche, con grande spazio per la classica (TVR Cultural), visibile da chiunque, le ragioni che muovono l’amore per la musica sono ancora più chiare.

Tornando al festival, questa ventesima edizione, anche per motivi celebrativi, è stata sfolgorante: i numerosi appuntamenti sinfonici, con orchestre come la London Symphony, la Filarmonica di Israele, l’Orchestra del Teatro Mariinskj, i Wiener Philharmoniker, l’Orchestre National de France e la nostra Santa Cecilia, con direttori del calibro di Rozhdestvenskij, Gergiev, Gatti, Barenboim, Mandeal, Foster, Axelroad, Gaffigan, Welser Moest, Petrenko, Metha, Pappano, fanno dell’ “Enescu” un festival che non ha nulla da invidiare per “grandeur” a quello di Salisburgo. Tra l’altro,  il festival affianca ai grandi eventi (in testa le super-produzioni di Lohengrin e dell’Oedipe di Enescu) una costellazione di appuntamenti che spaziano fino alla world-music, se così può essere chiamata l’attuale possibilità che i musicisti più curiosi e spregiudicati hanno di arricchire il proprio linguaggio con infuenze provenienti da civiltà “altre”. A questo proposito, fra i concerti ascoltati, indelebile è stata l’impressione della serata tenuta dal complesso Aufgang, fotrmato dai pianisti Francesco Tristano, lussemburghese, e Rami Khalife, libanese, insieme a Aymeric Westrich: musica di tradizione colta, live electronics, spunti hip-hop fusi in un happening elettrizzante, in cui la divisione musica classica/musica leggera si perdeva in una proflusione di multiforme talento, fatto di costruzioni audaci e geniale spirito improvvisativo.

Francesco Tristano

Per dare un’idea della varietà dell’offerta, la stessa sera degli Aufgang Zubin Metha saliva sul podio per dirigere la Filarmonica di Israele, con Vadim Repin come solista nel Concerto per violino di Ciaikovskij (mentre il giorno successivo la Quinta di Mahler splendeva sotto la bacchetta del direttore indiano, in una sintesi mirabile di tragicità nostalgica e sfavillante spettacolarità).

Zubin Metha al Festival Enescu

Non è mancato poi certo il pane per gli appassionati di musica antica su strumenti originali: citiamo fra le presenze la Venice Baroque Orchestra diretta da Carmignola, il Complesso Barocco di Curtis, l’Amsterdam Baroque di Koopman, l’Orchestra of the Age of Enlightenment diretta da Trevor Pinnock e Adam Fischer.

In conclusione, un festival ricchissimo senza l’aspetto di un pot-pourri (come molti festival, anche da noi, rischiano di diventare), con fili rossi ben delineati e una giusta attenzione riservata agli interpreti rumeni: d’altronde se lo meritano, in nome di quell’amore inesausto per il Bello che riempiva di sé le già stracolme sale del Festival Enescu.

Luca Ciammarughi

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