Ago 272011
 

C’era un uomo, a Orvieto, che, posato all’angolo di una strada, tra una ceramica appesa a far mostra di sé e un’armatura d’un tempo antico, suonava il violino con maestria.

Mi è rimasto impresso il suo viso, scarno e patito, e il cappello nero che aveva sulla testa a farlo sembrare forse un po’ più vecchio. Non era uno di quei tipi che spesso rovinano i nostri timpani in metropolitana, si percepiva la sua maestria, non solo per la musica capace di pervaderti nonostante il rumorio della folla e della strada, ma anche perché davanti a lui la gente rallentava il passo fino a fermarsi e fare capannello.

Qualcuno scattava qualche fotografia. Qualcuno prima di riprendere a guardarsi intorno, e gettare lo sguardo annoiato sulle vetrine allestite a posta per i turisti, gettava una monetina nella custodia dello strumento. Il musicista, impassibile, continuava a suonare dischiudendo gli occhi solo un po’. Quando alla fine dell’esibizione scattava l’applauso, però, immediatamente si comprendeva che quell’uomo di tavole di palco doveva averne calpestato tante; lo si vedeva dai gesti aggraziati, quasi un po’ snob. Ogni tanto, quel violinista mi è rimasto impresso.

Ultimamente penso spesso a lui, perché in questo periodo di giri e di treni, di stazioni e stazioni, ne vedo e ne ascolto sempre di più, di queste musiche soavi, lasciate andare per strada, ripagate dalla monetina, dall’applauso e anche dalla curiosità della gente che si ferma a domandarsi della maestria, quasi con incredulità. La gente che alla fine si domanda perché, quell’arte, non abbia trovato una via più confortevole della strada. E si convince che “sia un peccato”.

Davanti a un musicista che s’inventa un teatro che non c’è, dovremmo ricordarci che anche il pane è ormai finito, e forse proprio perché abbiamo fatto morire la musica.

 

 

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