Lug 062011
 

Adriana BenignettiPer gentile concessione di un’intervista a Stefano Barzan, musicista e affermato tecnico del suono, che tiene anche corsi all’Accademia del Teatro alla Scala di Milano.

Si tratta di un articolo interessantissimo, che riproponiamo qui anche ai nostri lettori, poiché contiene consigli molto utili per ogni giovane musicista, oltre che interessanti spunti di discussione  sul lavoro del tecnico audio e sull’attuale mercato della musica. Una lettura davvero preziosa, insomma, anche perché si tratta di opinioni di qualcuno che  il lavoro del musicista lo pratica davvero a 360 gradi, e con grande successo professionale. (I neretti sono miei. Buona lettura! Ines Angelino)

 Stefano Barzan«Bisognerebbe “coltivare” la cosa che riesce più facile, quella che si sa fare meglio, non quella che piace di più: solo lì si potrà eccellere»

«Negli anni, la maniera di proporsi nel mondo del lavoro è cambiata molto. Il settore musicale, in realtà, è sempre stato atipico, da questo punto di vista: se si eliminano le possibilità d’impiego canonico per un musicista classico – insegnare o suonare in un’orchestra – che, tra l’altro, sono diventate sempre minori, non rimane molto. L’alternativa è intraprendere una carriera professionale che dipenda più da sé che da un meccanismo esterno».
Inizia così, sulle opportunità di ieri e di oggi nel mondo del lavoro in ambito musicale, la mia lunga chiacchierata con Stefano Barzan, veneto di nascita, milanese di adozione e competenze a largo, larghissimo raggio nel “mondo” musica.

Del resto, ci sono regole scritte che richiederebbero una specializzazione nella professione perché “chi troppo vuole nulla ottiene” o perché “facendo troppe cose si rischia di essere mediocri in tutto”. Poi, ci sono le regole dettate dal buon senso che, soprattutto in un mondo in continua evoluzione, consigliano, per certi versi impongono, di diversificare le proprie competenze, per avere l’elasticità necessaria ad affrontare i cambiamenti e le opportunità che si presentano, ma anche per avere una minima certezza di riuscire.

«Una volta mi sono trovato a parlare con un consulente finanziario e ho appreso i primi rudimenti in tecniche d’investimento. La prima regola che ti insegnano è di non destinare l’intero patrimonio a un solo tipo d’investimento, ma differenziarlo in più tipologie: solo in questo modo hai la certezza di rischiare di meno per salvare tutto o parte del patrimonio. Da lì, ho fatto una riflessione: qual è il mio patrimonio più grande? La mia vita. Se vuoi salvare il tuo patrimonio, che è la tua vita, la devi investire in cose diverse, ossia DEVI fare cose diverse. Questo ti dà non solo minor rischio, ma anche maggiori opportunità per saperti muovere da un “binario” all’altro. Se nella vita si va avanti solamente su un binario e ci si accorge di aver sbagliato non si può tornare indietro e ricominciare daccapo».
(Foto: myspace.com)
In realtà, quest’interessante riflessione in Stefano Barzan è nata a posteriori, quando la sua vita, nei fatti, aveva già intrapreso binari diversi: una formazione classica alle spalle (diploma di pianoforte e composizione), una grande passione, innata, per la tecnologia e per la musica di ogni genere gli hanno permesso, infatti, fin da giovanissimo di fare più cose. Tecnico del suono, da molti anni didatta in corsi di formazione sulla tecnologia audio e, nell’ambito della musica cosiddetta d’uso, musicista, arrangiatore, maestro sostituto e direttore d’orchestra. («Nella musica d’uso arrangiatore, direttore, tecnico rappresentano un insieme di competenze che va a realizzare una figura completa. Questo stereotipo si realizza non con una formula precisa, ma è forte sul mercato in funzione di quanto è diversa da un’altra figura completa “concorrente”. Essendo fatta di tante piccole competenze, la dose e la natura di queste varia in funzione delle tue esperienze, di quello che hai fatto, vissuto, etc.»).
Perfino quando suo figlio Leonardo gli chiede “Papà che lavoro fai?”, Stefano ci pensa qualche secondo: sulla carta d’identità, alla voce professione, c’è, semplicemente, musicista.

«Ho studiato pianoforte in Conservatorio ad Adria e, parallelamente, avevo iniziato lo studio della composizione. Dopo il diploma in pianoforte, durante un corso estivo alla Chigiana con Donatoni, ho conosciuto molti musicisti di Milano che mi hanno consigliato di trasferirmi in questa città».
Scelta che Barzan effettivamente compie nel 1985, continuando lo studio della composizione, iscrivendosi a musica elettronica e a uno dei primi corsi sulla tecnologia audio: da lì, una serie di circostanze e incontri fortuiti gli consentono di sviluppare un’attività professionale di natura tecnica, che lo mette in contatto inizialmente con il mondo jazz, poi con la musica leggera.

«Il mio maestro di pianoforte, Carlo Mascheroni, conosceva la mia passione per la tecnologia e sapeva anche della mia necessità di lavorare per mantenermi a Milano; così, mi ha messo in contatto con suo fratello che aveva un service. Ho cominciato a lavorare con lui, tutte le estati ai festival jazz». I primi rudimenti Barzan li aveva ricevuti duranteil corso sulla tecnologia audio, ma molto, moltissimo lo aveva imparato sul campo, come accadeva in quegli anni a chi decideva d’intraprendere questa professione.
«L’empirismo di quel periodo aveva portato a una categoria di tecnici non formati completamente. Ben presto ho capito che con un minimo di metodo era possibile raggiungere risultati più efficaci in minor tempo. Se sai subito quali sono le cose sbagliate ti rimane più tempo per sperimentarne altre».

E forse, è proprio questa consapevolezza che lo ho spinto a trasmettere ad altri le competenze acquisite: da moltissimi anni, infatti, Stefano tiene corsi sulla tecnologia audio. Ha iniziato alla Scuola Civica di Milano e da molti anni insegna presso l’Accademia del Teatro alla Scala.
Come docente, guidato dalla certezza che alcune cose si possono trasmettere, altre no, Barzan ama, più che insegnare, “discutere” con i suoi allievi, cercando di far capire loro qual è l’obiettivo che possono raggiungere dato un punto di partenza, ma tenendo ben presente che il punto di arrivo dipende fortemente dalla sensibilità di ognuno e che questa qualità, alla fine, fa la differenza.

«Nei ragazzi cerco di stimolare la curiosità, i dubbi: ci sono delle regole, è vero, ma il suono dipende da mille fattori, prima di tutto dallo strumento che si registra e da chi lo suona. Poi, cerco di far capire loro che il suono in sé conta poco: bisogna pensare all’efficacia del suono nel contesto in cui andrà collocato. È solo la sensibilità che può portare a compiere una scelta piuttosto che un’altra. Io posso solamente spiegare loro che partendo da un punto bisogna arrivare a “qualcosa”, della quale cosa loro per primi devono essere giudici; posso spiegare tutti gli strumenti disponibili per ottenere quel risultato, in modo che ogni volta che parlerò di un parametro tecnico, di un dispositivo audio, di una tecnica di ripresa microfonica o dell’utilizzo di una certa tecnica, gli allievi lo vedranno sempre proiettato sul loro scopo finale e lo filtreranno con la loro sensibilità. È questa che rende diversi, che trasforma un artigiano in un artista».

Non così lontano dalla differenza che c’è tra un bravo esecutore e un interprete: si può possedere una tecnica formidabile, una lettura a prima vista clamorosa, ma essere un pessimo interprete: è solamente una musicalità, una sensibilità eccezionale che permette di “risaltare”.
«Un tecnico del suono può essere un bravo operaio, ma per essere un fuoriclasse deve essere un artista, deve scegliere tra due suoni, magari ugualmente belli, quello più adatto al contesto».

Ma cosa serve, aldilà delle competenze in materia, per diventare un tecnico del suono?
«Considerando che suono è sinonimo di musica non esiste un tecnico del suono che lavori senza possedere “musicalità”. La preparazione musicale è fondamentale e può essere di due tipi: “background” di ascolto o formazione musicale completa. La prima si acquisisce ascoltando moltissima musica, di tutti i generi musicali, ma perché sia valida, deve nascere dalla curiosità, non da un obbligo, dal desiderio e dalla voglia di ascoltare. Poi, c’è la preparazione musicale fatta dalla consapevolezza dell’armonia, dell’orchestrazione, di quello che “è” un suono in un ambiente: se si possiede anche questa preparazione si parte indubbiamente avvantaggiati, si raggiungono risultati in tempi molto più rapidi e si elaborano i messaggi con una marcia in più. Ma la preparazione musicale, in entrambi i casi, non serve a nulla se non si riesce a trasferire la maggiore emozione possibile a chi ascolta».

Chiedo a Stefano di spiegarmi qual è il rapporto tra tecnologia audio e musica classica e in che modo lo stesso si è evoluto negli anni. «Quando un tecnico del suono lavora a una registrazione di musica classica è un filtro che deve, innanzi tutto, preservare il più possibile di una performance che avviene in un contesto sia fisico che emozionale diverso da quello in cui il fruitore andrà ad ascoltarlo: se è possibile deve dare il suo contributo per esaltare le qualità da un punto di vista sonoro di una performance tecnica. Nella musica classica, all’inizio, c’è stato un grandissimo entusiasmo verso la tecnologia digitale. Quest’ultima permetteva, infatti, di cogliere con incredibile purezza una serie di sfumature del suono impensabili con le tecnologie precedenti, soprattutto in riferimento a due grandi problemi: il rumore di fondo e la gamma dinamica ristretta. In realtà, quest’apparente vantaggio dopo pochissimo tempo sembrava essere irrilevante rispetto a una serie di perdite di qualità che deva la tecnologia digitale, per cui sono iniziati una serie di fraintendimenti. Si pensava che la tecnologia digitale fosse ancora troppo giovane, ma soprattutto, dopo un po’, si è arrivati a capire che il suono è un fenomeno fisico e pertanto finché rimane tale viene mantenuta la sua musicalità: quando, però, viene trasformato in numeri, come accade nel linguaggio digitale, parte della musicalità si perde. Nel campo della musica leggera si sono fatti tantissimi studi ed esperimenti perché, in questo settore, quando si registra un disco, si va a plasmare da zero una realtà sonora; al contrario, l’atteggiamento dei tecnici nell’ambito della musica classica è quello di rendere qualche cosa che esiste già in un contesto sonoro. Quest’interazione è estremamente proficua quando si può declinare quello che si è imparato nell’ambito della musica d’uso. Il mio obiettivo è quello di trarre un vantaggio unico, diverso, da quest’interazione dei due mondi che tra l’altro ha già delle forme di espressione, come la musica per film, che è un po’ un “match” tra l’atteggiamento verso la musica d’uso e i linguaggi appartenenti alla musica sinfonica. Se vuoi fare uscire un suono che “parli” a chi ascolta non importa la maniera in cui raggiungi questo risultato».

Cerco di capire quali sono i parametri che distinguono una bella registrazione da una scarsa.
«Una bella registrazione è quella in cui c’è un grande equilibrio tra la qualità sonora, la personalità del suono e quella dell’esecuzione e dell’interpretazione: è un triangolo nel quale ti devi collocare al centro».
Soprattutto, però, cerco di capire quanto un tecnico del suono possa e debba intervenire in una registrazione: fino a che punto sia lecito e sano correggere degli errori, eliminare dei rumori, etc.

«Una registrazione completamente perfetta e pulita va bene per un’opera che contempli una cosa di questo genere, ad esempio per certa musica contemporanea. In realtà, un contesto sonoro acustico prevede per sua natura che ci sia del rumore di fondo, un’acustica ambientale con una sua risposta che, tecnicamente, è sempre una distorsione del suono perché è distorsione tutto quello che modifica il suono alla sua origine (anche il riverbero di un teatro, è una distorsione, sebbene opportuna). La registrazione efficace deve saper sfruttare sapientemente ed efficacemente questi problemi naturali, questi effetti collaterali. Ad esempio sentire le chiavi di uno strumento a fiato non è negativo di per sé: lo diventa se è un elemento di disturbo, ma una quota di questo rumore deve comunque essere presente. Una registrazione fatta dal vivo diventa fastidiosa se c’è una quantità di rumore eccessiva – come il cigolio delle sedie, la tosse, le porte che sbattono – che può creare distrazione e disturbo in chi ascolta».

Del resto, il dibattito su quanto e in che modo sia lecito e opportuno intervenire potrebbe essere infinito: giustamente, Barzan mi ricorda che aldilà di qualsiasi disquisizione bisogna considerare che la registrazione ti consente una fruizione infinita di un evento nato per essere estemporaneo. E questo, indubbiamente, è un problema ab origine.
Non bisogna in ogni caso dimenticare che la registrazione ha un senso diverso perché diversa è la percezione di chi ascolta: l’obiettivo fondamentale e imprescindibile non può, dunque, che essere quello di rendere un prodotto fruibile all’ascoltatore.
«In una sala da concerto un attacco non perfetto può anche sfuggire all’ascoltatore che, magari, è concentrato sull’insieme. Ascoltando un disco, in casa, invece, ci si accorge di tutto. Ci sono errori che possono fare simpatia, altri che ti distraggono talmente tanto da rendere la registrazione grottesca. A questo punto è giusto intervenire, per il rispetto di chi andrà ad ascoltare. Il tecnico del suono bravo è quello che supera queste problematiche con la ricerca di un suono dalle caratteristiche avvincenti, che cerca di superare l’imbarazzo di non essere presente in quel contesto con una personalità sonora che, per sua natura, sia motivo di interesse. In ogni caso, l’esperienza di ascolto in un ambiente nel quale avviene una performance non potrà mai essere quella che si ha in un altro ambiente, in cuffia o a casa. Ci sono troppi filtri, non solo elettroacustici, ma anche un diverso contesto fisico e psicologico».

Prima di lasciare Stefano gli chiedo di dare un consiglio ai giovani musicisti:
«Coltivare più competenze delle quali almeno una in ambito tecnico e una in campo umanistico. È importante avere abilità a largo spettro, ossia avere più interessi, anche per una questione di “prevenzione”: nella vita è possibile che ti capiteranno delle opportunità per le quali le tue competenze ti potranno agevolare tantissimo. Inoltre, nel mondo attuale, chi non ha un minimo di conoscenze sotto il profilo tecnico parte penalizzato, per tanti motivi: averle ti consente di attivare delle sinapsi tra il mondo artistico e il mondo tecnologico, ti fa venire molte idee, ti stimola nella ricerca e ti favorisce nel trovare delle soluzioni».

E, per tornare all’argomento iniziale della nostra conversazione, non si può non tener conto della trasformazione profonda del mondo del lavoro. «Per certi versi è più comodo essere “dipendente”, senza nessuna preoccupazione, ma non è sano quel contesto: è andata bene ai nostri genitori, ma per noi è diverso. Chi ha fatto il monomandatario per tutta la vita oggi è in profonda crisi. Bisogna considerare il lavoro solamente come un’entità con la quale si entra in contatto, senza avere alcun genere di pregiudizio. Se si può scegliere logicamente si farà quello che piace di più, ma l’elasticità è fondamentale. Il percorso di ognuno è anche dettato dalle opportunità che si presentano, ma più competenze si hanno più opportunità si presenteranno. È una reazione a catena».

Adriana Benignetti

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