Mar 312011
 

C’è un bell’articolo su Repubblica di oggi, a firma di Giuseppe Videtti che racconta, o fa raccontare a Daniele Rustoni la sua storia.

Un ragazzo, un giovane musicista e direttore d’orchestra che ha lasciato l’Italia, terra nella quale il suo grande talento non avrebbe potuto esplodere, castrato dall’impoverimento culturale che è sotto gli occhi di tutti, ma lontano dal cuore di troppi.

Qui a Londra sono tutti sconcertati per quel che accade alla cultura in Italia. Non siamo più competitivi su nulla. Quando ho avuto l’opportunità di scappare, ho tirato un sospiro di sollievo”.

Potrebbero sembrare parole pesanti, ma rispecchiano esattamente la realtà delle cose, ossia che è difficile continuare a sperare in un futuro migliore, restando inchiodati nel nostro paese, al quale non resta che riporre tutta la propria fiduciosa attesa nel nuovo ministro Galan, e ancora nelle parole, le sue: “prima ancora della riconquista dei soldi avverto la priorità di assicurare una posizione centrale alla cultura rispetto ad un contesto politico e sociale che viene, da troppi anni, considerato detestabile da chi realmente fa cultura, chiede cultura, trasmette cultura oppure frequenta l’emporio delle più avanzate creatività in ogni campo“.

Ma si può avere ancora fiducia, mentre davanti agli occhi passano le immagini di quel che resta della politica italiana?

E noi che ancora siamo qua, obbligati dall’età che limita l’intraprendenza, o dalla coscienza che ci impone di restare e lottare, dobbiamo ancora davvero inculcare ai nostri figli l’idea di sacrificare loro stessi, per un paese che li scaccia con i fatti e li trattiene con le parole?

È strano finire un articolo con una domanda, quasi che non si avesse nulla da dire; ma è onesto farlo, quando, in fondo, la domanda è posta più a noi stessi che agli altri, forse perché abbiamo figli che se ne sono già andati o che se ne vorrebbero andare lontano.

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