Mar 092011
 

E anche Cinecittà galoppa verso il fallimento. Mancanza di soldi, la motivazione è sempre quella. Chiudono i librai, che si arrendono all’evidenza: nessuno compra più libri o si rivolge alla grande distribuzione, ora che i libri puoi trovarli tra uno scaffale di detersivi e uno di mangimi per animali nei supermercati. Dei teatri è inutile parlare, lo abbiamo fatto già troppe volte da quando colpevolmente ci siamo ripetuti che al teatro bisognava rinunciare, che era ormai diventata una cosa per ricchi. E i cinema hanno fatto la stessa fine, chiusi all’interno delle città commerciali capaci di riempire tutto il tempo di una giornata, con tutto quello che serve per fingere di sentirsi vivi: dai giochi per i bimbi al parrucchiere per la mamma, dai pneumatici e l’olio motore per i papà fino al panino indigesto per la cena.

La cultura paga la crisi, perché – è bene ricordare – con la cultura non si mangia. Ma sarebbe meglio non scordare neppure che la cultura paga la crisi, perché un popolo ignorante è più facilmente manovrabile.

Per prima cosa hanno scardinato la nostra cultura del tempo, quello che ritagliavamo dalle nostre vite per occuparci di noi, il pomeriggio al cinema, la sera a teatro oppure a un concerto, l’odore dei libri esposti tra i libri, polverosi ed ordinati. I quadri appesi nelle pinacoteche o nei musei, che ancora per fortuna resistono, forse solo perché i pittori sono morti e non si devono più pagare. Il tempo delle gite scolastiche che si attendevano per scappar via da casa, fumare di nascosto, ma che comunque servivano a conoscere le cose, le pietre ormai cadute, le statue senza il pene posticcio fatto riattaccare per l’estetica malata di un uomo solo. Il tempo ce lo hanno riempito con la televisione, insegnandoci che un film potevamo attendere di vederlo passare là dentro, togliendoci il gusto di dirci se almeno ci era piaciuto uscendo dalla sala, lo hanno riempito di ballerine che non si doveva faticare per seguirle nelle danze, leggere come voli di farfalle, ma bastava fissare lo sguardo nelle natiche che al massimo si agitavano riempiendo per bene tutta la visuale. I libri – anche quelli di storia – diventavano da guardare a puntate e poco importava se le immagini non erano poi così tanto fedeli alle parole che qualcuno di noi aveva avuto la fortuna di leggere. E la musica è quella che è, anche lei leggera, quella che per sentirla non devi sprecare poi troppa attenzione, non devi lasciarti trasportare. E anche qua, resiste chi ormai è arrivato, e ha un nome che non si può cancellare.

Il modo per “fargliela pagare” c’è, ed è quello di perseverare, continuando a fare musica ed insegnando ad ascoltare, scrivendo libri e dannandoci l’anima per farli leggere a chi è abituato a comprare la carta al supermercato, rifiutando di vedere esposto tra detersivi e crocchette il proprio lavoro. Tornare nei teatri che faticano dopo aver ripreso in mano il loro destino, gestiti spesso da chi in quello stesso teatro aveva mosso i primi passi d’attore o macchinista pieno di speranza e passione. L’unico modo per fargliela pagare è quello di continuare a dedicarci alla cultura, quella vera, quella che sai che ricco non ci diventerai mai, ma ogni giorno ti sentirai più utile e vivo.

Print Friendly, PDF & Email
Loading Comments…

Please Registrati or to leave Comments

Vieni alla nostra rassegna di lezioni-concerto a Milano alla Palazzina Liberty!