Feb 072011
 

Giovanni Allevi e le celebrazioni per l'Unità d'ItaliaQuesto blog si è già occupato in passato delle polemiche suscitate da Giovanni Allevi (trovate a questo link il mio articolo con tutta la polemica scatenata da Uto Ughi). Ma dopo le recenti contestazioni, che sono sfociate addirittura in una petizione di protesta con raccolta di firme online contro Allevi, cui è stata affidata la direzione dell’Inno di Mameli per le imminenti celebrazioni dell’unità d’Italia, pubblico con grande interesse un bell’articolo del pianista,  giornalista e musicologo Luca Ciammarughi, del quale sono regolarmente ospite nella trasmissione di Radio Classica, da lui giornalmente condotta, “Ultimo grido”.

I.A.

Il pianista, musicologo e giornalista Luca CiammarughiNel 2007, quando ancora il dibattito sulla figura di Giovanni Allevi non imperversava, trasmisi da Radio Classica (fino a quel momento vicina al pianista-compositore, negli spazi jazz ed extra-classici non miei) l’inizio della canzone “Panic” (dall’album Joy, 2006). Poi mi misi al piano e suonai agli ascoltatori l’inizio del canto di Natale “Notte di luce, colma è l’attesa”, che i cattolici praticanti italiani – e anche i non più praticanti – conoscono a memoria. Quindi ritrasmisi l’inizio di “Panic”. Non solo il giro armonico dei due brani era lo stesso, ma anche il profilo armonico era sostanzialmente identico.

Ciò che mi interessava non era tanto il fatto che Allevi avesse consciamente o inconsciamente copiato quell’inno, ma il fatto che quella musica riproducesse nel melodismo accessibile e a tratti ingenuo un fideismo-buonismo di fondo dell’italiano medio, di cui prendere semplicemente atto: una mancanza assoluta di qualsivoglia tensione tragica, una generica aura di Speranza, una rilassatezza da “volémose bbène”. In un certo senso il fenomeno-Allevi, che era agli albori, mi interessava sociologicamente, mi permetteva di riflettere su come la ricezione della musica fosse condizionata da processi estrinseci alla musica stessa, social-collettivi o psicologico-individuali.

In realtà il mio primo contatto con la musica di Allevi era stato l’anno precedente. Influenzato a letto, avevo lasciato la radio accesa per compagnia: senza nessuna voglia di alzarmi per cambiare stazione, mi sorbii alcuni suoi brani come si manda giù uno sciroppo edulcorato per la tosse: poteva anche andarmi bene, con i suoi collegamenti armonici rassicuranti e privi di tensioni. Ben presto mi resi conto però che Allevi contraddiceva ciò che io essenzialmente cercavo nella musica: Sensucht, sottile sensualità, sublimazione. O ancora: complessità in senso psicologico prima ancora che formale, allusività e poli-semanticità, ambiguità. Tutti valori, peraltro, piuttosto latitanti nella patria di “O Sole mio” e dell’inno di Mameli. Ero arrivato a una mia conclusione personale, che riguardava esclusivamente me: disinteressarmi di una musica che non poteva toccare le mie corde.

Negli anni successivi e fino ad oggi, ho osservato con perplessità – senza intervenire con convinzione – le periodiche accuse mosse ad Allevi dall’élite musicale colta, a partire da quelle di Uto Ughi dopo il Concerto del 2008 al Senato, fino a quelle recentissime riguardanti la sua esecuzione dell’Inno di Mameli con l’Orchestra Rai di Torino.

Accuse perlopiù non solo inutili, ma anche dannose per chi mirava a destituire Allevi dal trono mediatico raggiunto e dal “privilegio” di beniamino dell’ascoltatore medio (che sia il Papa-boy, il politico simpatizzante o l’alternativo-ma-non-troppo). Non si tratta solo dell’effetto-boomerang legato al “purché se ne parli”.  Si tratta invece della capacità di adattamento indiscutibile che Allevi – peraltro laureato in filosofia- ha avuto nel trarre linfa da ogni accusa, e nel saper condurre un gioco più scaltro dell’avversario.

L’errore più grosso è stata la diffusione di una vulgata che vuole che Allevi non sia un Maestro a tutti gli effetti. Egli in realtà è diplomato sia in pianoforte che in composizione (quest’ultima al Conservatorio di Milano), con ottime votazioni. Almeno due docenti molto stimati a Milano mi hanno parlato – al di là dei loro gusti musicali – della facilità e della musicalità del giovane Allevi. Il problema è semmai il “come” Allevi si sia servito di questa facilità e delle sue conoscenze in ambito compositivo, che sicuramente (al di là di ogni valutazione artistica) sono superiori a quelle di Uto Ughi, di molti di coloro che lo criticano e alle mie. Allevi non ha rivendicato con sdegno la propria formazione accademica, ma ha trasformato l’accusa in linfa, lasciando che l’italiano medio credesse ad Ughi e si facesse l’idea accattivante di un pianista-compositore auto-didatta, spontaneo, vagamente ribelle rispetto alla “Casta”.

Il secondo errore è stata la diffusione di una vulgata che vuole che il successo di Allevi sia legato a Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. Così Allevi sarebbe lo specchio del musicista classico fallito riciclatosi attraverso il pop. Anche questo, falso: il disco prodotto da Allevi con Jovanotti è stato un flop, e non è servito minimamente a lanciarlo nel pop. Buon gioco, invece, gli hanno fatto paradossalmente proprio alcune istituzioni classiche (come la Baltimora Opera House che gli ha commissionato nel 2005 la rielaborazione dei recitativi della Carmen di Bizet, o la Philharmonische Camerata di Berlino nel 2007, oppure importanti orchestre da camera italiane – testimonianza che anche gli ambienti classici hanno “mangiato” con lui quando faceva comodo): istituzioni che hanno dato credibilità alla sua figura e hanno legittimato il suo status di musicista classico, facendo credere agli ascoltatori medi che in occasione di un suo concerto avrebbero passato una serata con musica di facile ascolto ma Alta/Colta nello stesso tempo. E cosa c’è oggi di più accattivante per la massa che assicurarsi Cultura (o presunta tale) con poco sforzo? Tutto ciò è stato ovviamente corroborato dalla presenza di un ufficio stampa milanese fortissimo, Parole & Dintorni, e in grado di fare al meglio il proprio lavoro.

Il terzo errore è stato far leva sull’accusa di “Costruzione del Personaggio Allevi”, in un’epoca in cui la costruzione del personaggio è ormai un dato pacifico dei meccanismi di marketing (la fantasmagoria pulp-gotico-maledetta di un Marilyn Manson nascondeva ad esempio un uomo che se ne stava in pantofole a mangiare cibi salutisti con la fidanzata). Ma c’è di più: il dramma è che il Personaggio-Allevi corrisponde in modo inquietante alla Persona-Allevi. Conosco chi è stato casualmente vicino di posto in aereo con Allevi e ha constatato che il suo modo di gesticolare, le sue risate interrotte da sguardi sgomenti, la sua ansia palesata, la sua “simpatica megalomania” (come la definisce Allevi stesso) sono del tutto autentiche.

Ciò che mi fa credere che le cose stiano realmente così, è il racconto di un amico che, uscendo di casa con Allevi molti anni prima che quest’ultimo fosse un nome, ricorda che il pianista-compositore camminava per strada a piedi nudi, essendo estate e trovandosi meglio così. E’ inutile dire quanto il mito dell’Autenticità possa far presa a livello di Senso Comune. E infatti il quarto errore è avvenuto quando qualcuno si è accorto che Allevi era veramente così come il marketing lo proponeva e ha cominciato ad accusarlo di “spontaneismo”: a quel punto il nuovo “adattamento” del camaleontico Allevi si è indirizzato verso il recupero di tutta quella gigantesca fetta di pubblico (nonché di istituzioni) allergica alla “spocchia colta” di certe élites (che colte, per giunta, lo sono veramente).

Con tutte queste belle premesse, il risultato è che finché si parlerà di Allevi, nell’Italia di oggi, l’acqua andrà tutta al mulino di Allevi. Se l’affaire-Allevi non avesse raggiunto una tale portata, egli sarebbe ora uno dei tanti compositori alternativi, con un background accademico solido, che vivacchiano in questi tempi in cui sembra sempre più difficile che le masse riconoscano la vera Creatività (e del resto è quasi sempre stato così). Invece di farne un caso o un dèmone, potremmo dire con la perfetta serena tautologia di Quirino Principe: “Allevi è quello che è”. Né più, né meno.

Che vogliate preoccuparvi della felicità del vostro presente o che vogliate invece passare alla Storia, in entrambi i casi sarà proficuo non occuparsi di Giovanni Allevi. In ogni caso, non sarà lui a passare alla Storia, se non per una querelle. Voi, invece, avrete perso del tempo prezioso preoccupandovi del perché in Senato o all’Orchestra Rai di Torino chiamino Allevi. Ma non c’è da chiedersi nessun perché, ora come ora. Se in questi ultimi decenni ci fossimo preoccupati minimamente di stabilire una connessione fra la nostra piccola vita e la Società, le cose non starebbero così e oggi non staremmo qui a riversare bile su un non-problema di cartapesta.

Luca Ciammarughi

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