Ago 102008
 

Il Maestro Vincenzo Ninci, organistaCari amici, la discussione innescata dalle recenti dichiarazioni del  Ministro Gelmini ovviamente continua.

Pubblico quindi un contributo molto stimolante ed importante del Maestro Vincenzo Ninci, del Conservatorio di Ferrara. Ha il grande pregio di mettere l’accento esattamente su quello che è il problema cardine: cos’è la musica nel nostro paese. E’ tutto riassunto benissimo in questa sua frase: “Manca, in altre parole, una capacità personale per ognuno, individualmente, di “essere pubblico con capacità critica autonoma”.

E questo a causa di una miope e suicida mancanza di formazione di base sulla musica, in tutte le nostre scuole. Insomma, in Italia manca proprio la base: la diffusione e l’insegnamento di una cultura musicale di fondo…

Cos’è la musica nel nostro paese

lettera aperta (sottovoce) al Ministro dell’Istruzione…

“Forse c’è una cosa che vorrei dire proprio al massimo responsabile dell’istruzione, un episodio di cui sarebbe auspicabile venisse a conoscenza… Non so se questo sarà possibile, ma intanto vorrei condividerlo con voi, e poi… chissà…?

Tutti sappiamo come la musica in Italia sia bistrattata, che venga considerata alla stregua di un’attività “circense”, di intrattenimento, lontana dalla dignità di cultura *vera* che ha invece più o meno in tutti gli altri paesi. Sappiamo anche che tutto ciò è in parte la pesante eredità della riforma Gentile, che poggiava i suoi principi nella filosofia crociana, e che gli effetti di tale impostazione siano ancora ben presenti oggi… Ma è anche il caso di scrollarsi di dosso queste scorie, che se da un lato hanno condizionato il “pensare comune”, relegandoci ai margini della cultura, dall’altro lato penso abbiano indotto in noi un enorme “complesso di inferiorità'”, con tutto ciò che ne consegue.

Cosa mi piacerebbe che il ministro sapesse…?
Un piccolo episodio, accaduto circa cinque anni fa, di cui sono stato testimone diretto. Un episodio che mi ha fatto riflettere molto, su quello che è la musica nel nostro paese e sul perché tutto ciò che riguarda noi venga così spesso calpestato. Sul perché soltanto ciò che fa “grandi numeri” venga considerato: chi riempie gli stadi, forse i teatri (solo alcuni), chi fa “audience”. Sul perché le “piccole grandi iniziative” non ricevano alcuna attenzione, tanto meno sostegno e finanziamenti… Sul perché a nessuno interessi diffondere lo studio della musica, la preparazione dei fruitori, oltre che degli esecutori…
Sul perché sul “grande” pubblico faccia presa solo ciò che viene adeguatamente propugnato e diffuso, mentre tutto il resto rimane ignoto ai più e – casomai – etichettato come roba “per iniziati”, “per intenditori”, precludendone la diffusione e soprattutto precludendo il sostegno a chi volesse in qualche modo farsene portavoce.

Manca, in altre parole, una capacità personale per ognuno, individualmente, di “essere pubblico con capacità critica autonoma”.
Non piace al grande pubblico ciò che ognuno è in grado di valutare come “bello”, ma solo ciò che viene fatto conoscere, mentre ciò che non si vuole promuovere resta nel sottobosco dei pochi “intenditori” che, alla fine, sono costretti a “cantarsela e a suonarsela da soli”.

Ecco l’episodio. Devo premettere che fra le mie attività musicali c’è anche la direzione di coro, e che nella mia città seguo stabilmente un coro polifonico.
Alcuni anni fa nel condominio dove abitavo sono stati fatti dei lavori,  c’erano dei (bravissimi!) muratori e piastrellisti bulgari incaricati di svolgerli. Essendo lavori abbastanza lunghi, questi operai hanno passato diverse settimane anche all’interno del mio appartamento, per cui avevo fatto una certa amicizia con loro.
Un giorno, scherzando, dico a uno di loro che anche io sapevo qualche parola di bulgaro… ed ho buttato là una frase che conoscevo, perché altro non era che il testo di un brano che avevo eseguito recentemente col mio coro. Lui rimase prima sorpreso, e poi ovviamente mi chiese il perché sapessi qualche parola della sua lingua. A quel punto gli dissi il motivo, e andai nello studio a prendere la partitura, semplicemente per fargli vedere il testo (peraltro scritto in cirillico), ovvio…
Torno da lui col brano, questo lo guarda… e inizia a dire:
“Vedi…? Mentre in tutto il resto dell’Europa si ballava il valzer in 6/8, nel nostro paese, anche nella musica popolare si usavano gia’ i tempi dispari, in 5, in 7…”
Io rimasi allibito. Un muratore (con tutto il massimo rispetto per lui, per tutta la categoria, e per qualunque lavoro al mondo, che ritengo assolutamente degno di stima, sia chiaro!!!) che mi parlava di musica in questi termini, che era perfettamente in grado di leggere una partitura…
E questo – parlo dei paesi “oltrecortina” – era quello che normalmente si definisce “secondo mondo”…

Ecco… Questo è ciò che auspicherei per il nostro paese. Una situazione nella quale chiunque potesse essere messo in grado di affiancare allo studio di base dell’italiano, della storia, della matematica, della geografia, della fisica e di quant’altro, anche lo studio di base della musica. Un paese in cui fossero sempre più presenti buoni musicisti dilettanti (per inciso i bulgari lo erano tutti: suonavano il violino, la fisarmonica, ecc.), e tanti, tanti buoni ascoltatori… Un paese in cui la musica venisse insegnata a tutti i livelli, fin dalla scuola per l’infanzia e dalla scuola elementare (e da professionisti preparati ad hoc, non da maestri più o meno volenterosi a cui viene “imposto” di insegnare quel poco che riescono a fare), in cui le scuole medie ad indirizzo musicale e i licei musicali fossero una realtà concreta e non più solo sperimentale… Un paese in cui per i
Conservatori non solo non venisse mai più paventata la chiusura, ma per i quali venisse al contrario promosso un reale potenziamento, in un’inversione di tendenza che potrebbe fare solo del bene, magari (utopia!) rifondando orchestre che, pur dopo un passato limpido e ricco di gloria, sono state miseramente soppresse (termine orrendo, come fossero animali in agonia)…”

Vincenzo Ninci
Docente Conservatorio di Ferrara

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