Feb 142008
 

Cuore tricoloreE’ S. Valentino, e vengo coinvolta anche io dal generale clima romantico. Ne approfitto per scrivere una lettera d’amore un po’ insolita. Dunque, ecco qui: lettera d’amore al mio paese.

Lettera d’amore al mio paese Cara Italia,

quest’anno compio gli stessi anni della tua Costituzione, quindi, perdona l’audacia, confidando in tutto quello che abbiamo in comune, rompo un silenzio durato troppi anni e ti scrivo. Credo tu meriti almeno un biglietto di S. Valentino da una tua cittadina.

Sai, per lavoro giro molto su Internet, e leggo tante brutte cose su di te. La peggiore è questa: “non vedo l’ora di trasferirmi fuori da questo paese”. La Spagna sembra sia la meta preferita, ma vanno forte anche altri paesi, la mai tramontata “America”, e anche nostri vicini europei.

Ma tutti, sembra, non ambiscono altro che andarsene dal tuo territorio, emigrare, rifarsi una vita altrove… Leggo lettere sui giornali, scritte da nostri connazionali all’estero, che dicono meraviglie del loro nuovo paese di adozione; ai giovani (soprattutto musicisti) tutti consigliano con piglio sicuro di andar via, di studiare e farsi strada altrove, dove sicuramente saranno apprezzati, troveranno un lavoro all’altezza dei loro studi… e mi viene tanta tristezza.

Quando ero bambina (e la guerra era finita da poco) vivevo in una caserma, il mio papà era ufficiale dell’esercito, e ti puoi immaginare il clima che si respirava… la patria era un mito doveroso. Mi dava fastidio, guarda. Quando con gli altri ragazzini giocavamo alle nazioni, io volevo fare sempre la Francia, che amavo come un mito, e per reazione ti trovavo antipatica.

Sono cresciuta anche io con l’idea che tutto quello che era fuori dall’Italia doveva essere migliore, per forza. Ho attraversato il sessantotto, e appena ho potuto sono andata a lavorare a Parigi. Ah, che meraviglia. Adoravo il francese, la ville lumière – meravigliosa davvero, per carità – l’arte francese, la cucina francese. Ma dopo tre anni che stavo a Parigi, a fare un lavoro bellissimo, oltre tutto, la giornalista free-lance, quando sono rientrata a Milano, ho fatto un gesto plateale. Ricordo la faccia della gente che mi ha visto scendere dal treno, inginocchiarmi sullo sporchissimo marciapiede della stazione centrale, e… baciare per terra. Giuro, l’ho fatto veramente. Lo sognavo da tempo. Mi ritrovavo ormai a parlare solo francese, a scrivere in francese, a sognare, persino, in francese… e la mia lingua mi mancava sempre più. Sai, Italia mia, mi mancavi proprio tu, mi mancava la tua gente. Mi mancavano i nostri difetti, il nostro calore, la nostra emotività, la nostra fantasia, il nostro coraggio, la nostra creatività. Il nostro saper sopravvivere sempre, anche nelle situazioni più difficili. Mi mancava la nostra storia, le nostre piazze piene di ricordi e di monumenti trascurati, i nostri poveri eroi nazionali, di cui tutto sommato ci vergogniamo persino un poco.

Mi mancava Pietro Micca (quando mi scoraggiavo o avevo paura per qualcosa, papà mi diceva sempre: “coraggio, ricordati che la nostra famiglia viene dal paese di Pietro Micca, noi dobbiamo essere sempre forti e coraggiosi”). Pietro Micca, il biellese, il soldato minatore che si fece saltare per aria per non fare entrare i francesi a Torino (ti ricordi di Pietro Micca, vero, cara Italia, anche se di eroi ne hai davvero troppi da ricordare, dai, fai uno sforzo. Lui fece saltare una galleria con una miccia molto corta, troppo corta, per non lasciar entrare il nemico in Torino assediata. Era il 1705.)

Così, per via del mio conterraneo Pietro Micca e di qualche altro personaggio simpatico, ho cominciato ad avvicinarmi a te, alla tua storia, che poi è anche la mia. Ad amare davvero la nostra lingua, la nostra arte. La nostra musica.

Oggi non vorrei vivere in nessun altro luogo al mondo, sono cosciente che stare qui è un privilegio, mi sento intorno tutte le migliaia di anni di storia che hai costruito, e mi sento parte di te. Per questo non ho mandato a studiare all’estero il mio unico figlio, un musicista. Voglio che resti qui e lavori per te. Per darti un pochino di gloria, se gli riesce, perché, di questi tempi, mi sa che ne hai bisogno.

Vorrei che fossimo in tanti a pensarla così. Se non ci piace come ti hanno conciato (in tanti, in tanti per carità), bene, diamoci da fare per darti una mano a risorgere. D’altronde tu in faccende di risorgimento sei una vera esperta, anche se non te ne vanti quasi mai e della tua storia quasi ti vergogni. I ragazzi a scuola si stufano a studiare i fatti vecchi, e forse nel paese qui vicino al mio, che si chiama Gropello Cairoli, molti nemmeno sanno chi fossero i fratelli Cairoli, anche se passano davanti alla loro villa tutti i giorni.

Noi italiani siamo sempre stati bravi a dilaniarci, a lamentarci, a non apprezzare quello che avevamo. Beh, credo sia ora di girar pagina. Credo che ognuno di noi, nel suo piccolo, oggi dovrebbe scriverti una lettera come questa e dire: cosa posso fare per te, mia cara, che mi hai dato questa bella lingua, questa tradizione artistica che tutto il mondo ci invidia, questi paesaggi incantati…

Secondo me, quello che tutti possiamo fare, e subito, è prendere esempio da Pietro Micca, e avere coraggio. Insomma, resistere, resistere, resistere. Come diceva il nostro grande Eduardo (altra gloria nazionale) “Ha da passà ‘a nuttata”. Coraggio Napoli, verrai fuori dai tuoi cumuli di spazzatura. Coraggio concittadini, verremo fuori dai debiti e dalla crisi.

Ma smettiamola di piangerci addosso e soprattutto di litigare con tanta acrimonia (il nostro paese non è né di destra né di sinistra, è patrimonio di tutti noi, proprio di tutti, anche se qualcuno è più abile e lesto nello sbandierare il tuo nome, cara Italia) e continuiamo a rimboccarci le maniche (come, dopotutto, abbiamo sempre fatto da secoli… io il dopoguerra me lo ricordo, con le macerie dappertutto e i manifesti che ci dicevano di non toccare certi oggetti, che poi erano bombe inesplose ancora sparse ovunque). Ce l’abbiamo sempre fatta, ce la faremo anche adesso.

Ma tiriamo su la testa, con un po’ d’orgoglio. Ritroviamoci intorno alla nostra arte, alla nostra musica, alle nostre tradizioni, ai nostri spaghetti anche! Ma ridiamo speranza ai giovani. Ritroviamo la fiducia nel futuro. Non voglio più leggere giovani che dicono “me ne voglio andare da qui”.

Io, nel mio piccolo, mi sono inventata “ClassicaViva” per tener alta la fiaccola della nostra musica nel mondo e tentare di dare una piccola speranza ai giovani. Mi aiutate? Tutti insieme, possiamo farcela. Ne abbiamo viste di peggio, dopotutto.

Ciao Italia, ti voglio bene. E guarda che siamo in tanti a volerti bene, anche se ci dimentichiamo troppo spesso di dirtelo. Buon San Valentino

tua Ines

Ti è piaciuto l'articolo? Vota Ok oppure No. Grazie Mille!

Puoi votare l'articolo anche qui, gli articoli precedenti qui.
Print Friendly, PDF & Email
Loading Comments…

Please or to leave Comments

Vieni alla nostra rassegna di lezioni-concerto a Milano alla Palazzina Liberty!