Apr 182006
 

In occasione delle elezioni politiche, ormai imminenti, Classica Viva spera di far cosa gradita ai propri lettori riprendendo e pubblicando quanto le forze politiche hanno scritto nei propri programmi elettorali in riferimento alla musica in Italia. L’intento è informativo e giornalistico e lo spirito quello di fornire un servizio a chi ci legge ed è interessato ai grandi temi della musica nel nostro paese, dello spettacolo dal vivo e delle sovvenzioni del FUS (fondo unico dello spettacolo).

Iniziamo dal “grido di dolore” che da più parti si è levato nel nostro paese nei mesi scorsi contro i tagli del FUS (Fondo unico dello spettacolo). Citiamo, per brevità, un solo evento ed un solo testo, molto completo ed esaustivo: si tratta del documento approntato da diverse importanti Associazioni musicali italiane e sottoscritto da moltissime altre (tra le quali Classica Viva), divulgato nel corso del CONVEGNO “Il Futuro Senza Musica”, svoltosi a Milano il 20 Febbraio 2006, al quale hanno partecipato moltissimi musicisti e anche rappresentanti politici, tra i quali Francesco Rutelli, Piero Fassino, Rocco Buttiglione, Bruno Tabacci.

logoCIDIMcompletologo_laVerdilogoICOLogo_IsmezLogo_Cemat_logoAIAMlogoMusicArticolo9
Il Comitato promotore era formato da: CIDIM; CEMAT; ISMEZ; Fondazione “La Verdi”; A.I.A.M. – Associazione Italiana Attività Musicali; ICO; Musicarticolo9.
Riportiamo qui integralmente il testo del documento pubblicato, che costituisce un importante appello alle istituzioni e agli uomini politici italiani, perchè salvino il nostro paese da un preoccupante (e, se le cose  non cambiano, quasi certo “FUTURO SENZA MUSICA“, per l’appunto).  Documento “il futuro senza musica”: http://www.amic.it/home/Convegno%20Milano_Documento.doc

Milano 20 Febbraio 2006
Documento presentato e sottoscritto dalle Istituzioni musicali che hanno aderito all’iniziativa

Desideriamo innanzitutto ringraziare i presenti per avere aderito al nostro invito.

Questa giornata di lavori vuole avviare una riflessione sul settore musicale del Titolo III della legge n.800/67. L’offerta musicale, è utile ricordarlo anche al mondo politico, non si esaurisce con l’attività realizzata dalle grandi fondazioni liriche ma si articola in una rete di iniziative diffuse su tutto il territorio nazionale compresi i piccoli centri. Da qui la scelta di promuovere una campagna finalizzata a ribadire con forza le funzioni delle associazioni concertistiche, delle orchestre, dei festival, degli enti di promozione, dei corsi, concorsi, istituzioni per la diffusione della musica contemporanea e della ricerca. Ovvero un settore ricco di specificità, che trova la sua forza, è bene sottolinearlo, proprio nella molteplicità e diversità delle iniziative che rappresenta.

Avvertiamo di trovarci ad un bivio pericoloso, e per questo motivo viviamo nel panico. Ci chiediamo, senza peraltro trovare risposte adeguate, i motivi per i quali, per citare solo un esempio, l’autorevole consulente economico di Palazzo Chigi, il prof. Brunetta, ha dichiarato che il Fus andrebbe abolito e che il Governo è stato persino clemente a limitarsi a decapitare i fondi 2005 per lo spettacolo solo del 30%! Il Governo ha previsto, per il 2007 e 2008, di ridurre ulteriormente il FUS a 294.000.000,00 di euro, ovvero il 21,66% in meno rispetto al 2005! A questo quadro di tagli bisogna aggiungere la decurtazione del 40% dei fondi Lotto destinati al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che nel 2005 è intervenuto extra FUS a sostegno di alcune istituzioni musicali, il mancato aumento del 2% destinato all’ARCUS rimasto quindi al 3%, la riduzione dei trasferimenti di risorse dallo Stato alle Regioni e agli Enti Locali. Giova ricordare che l’andamento del FUS è sostanzialmente diverso se si fa riferimento al suo potere d’acquisto. Lo scostamento tra la dinamica del Fondo a euro/lire correnti e a euro costanti nel 2003 è giunto ad una forbici pari a circa il 51%.

Non crediamo ai nostri occhi e alle nostre orecchie e ci chiediamo cosa abbiamo fatto per meritare questo trattamento. tuttavia avvertiamo, nel contempo, una acuta necessità di ricevere manifestazioni di affetto persino da parte di chi ci ha negato la sua solidarietà condannando alla chiusura le nostre istituzioni. Sintomi questi largamente sufficienti per diagnosticare una grave sindrome di Stoccolma! Alcune nostre istituzioni, persino quelle che hanno superato la prima e la seconda guerra mondiale, temono di non potere più continuare a svolgere fin dal prossimo giugno la loro funzione culturale e artistica e di divulgazione intesa come servizio pubblico.

L’art. 1 della legge n.800/67, tuttora vigente, recita “Lo Stato considera l’attività lirica e concertistica di rilevante interesse generale, in quanto intesa a favorire la formazione musicale, culturale e sociale della collettività nazionale. Per la tutela e lo sviluppo di tale attività lo Stato interviene con idonee provvidenze” . L’art. 9 della Costituzione: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica”.

Purtroppo dobbiamo oggi confidare ai presenti che ci riesce difficile individuare nell’azione del Governo la minima volontà di rispettare sia il dettato della Costituzione, che l’art.1 della legge n.800 e di riconoscere la nostra attività come un essenziale servizio pubblico, quale certamente è.

Ci sembra che la logica di mercato prevalga ormai su tutto: la validità di ogni iniziativa viene giudicata, nel nostro Paese, in base l’auditel e le decisioni politiche vengono assunte con gli occhi fissi sui sondaggi. La critica musicale è scomparsa dalle pagine dei quotidiani in quanto si ritiene che non serva a far crescere i lettori.

Scelte diverse sono state fatte in Francia dove il Governo, nonostante si trovi ad affrontare analogamente al nostro una fase economicamente difficile, ha incrementato e non diminuito i fondi per la cultura.

L’attuale crisi delle attività musicali ha diverse chiavi di lettura, ne vogliano indicare due, la gravissima mancanza di finanziamenti adeguati, e lo scarso impegno dei Governi che in questi anni non sono riusciti a varare una modifica organica della legge n.800, che risale alla fine del 1967, legge che pur rivelatasi, considerati i tempi in cui è stata concepita, un ottimo strumento di promozione musicale, è ormai superata.

Resta, in ogni caso, come merito storico della legge n.800, quello di avere favorito la creazione di una fitta rete di centinaia d’istituzioni musicali attraverso le quali lo Stato ha portato un segno della sua attenzione, anche in innumerevoli piccoli centri.

Questa rete, che andrebbe a nostro parere tutelata con la stessa cura con la quale il Governo dovrebbe avvertire il dovere di preservare, ad esempio, i mosaici bizantini di Ravenna, è stata al contrario condannata all’estinzione. Le società di concerti, corsi, concorsi, festival ecc. che in questi ultimi due anni hanno cessato di esistere, ammontano a molte decine di unità. E questo comporta una diminuzione del pubblico che è uno dei maggiori titoli che possono essere vantati dalle orchestre, dalle società dei concerti e dai festival.
Questo documento dedicato esclusivamente alle istituzioni del titolo III della legge 800, con l’esclusione delle fondazioni liriche e sinfoniche, vuole rivendicare il ruolo e le funzioni culturali di questo settore.

Desideriamo solo accennare, considerato che non è questa la sede per affrontare la dicotomia che comunque esiste, relativa alla sproporzione tra le risorse pubbliche destinate alla formazione, ossia ai 55 Conservatori Statali di Musica e ai 22 Istituti Musicali Pareggiati, e le risorse che vengono destinate alla produzione musicale nelle sue diverse forme.

Tema, questo, sul quale andrebbe fatta un’attenta riflessione perché se vengono così drasticamente contratte le risorse per la produzione c’è da domandarsi perché continuare a destinare tanti stanziamenti alla formazione tenuto conto che solo nel 2004 i diplomati dai conservatori sono stati 3.036 e 374 degli istituti musicali pareggiati , ai quali andrebbero aggiunti quelli degli anni precedenti. Considerata l’attuale crisi i giovani difficilmente troveranno sbocchi di lavoro in strutture musicali, siano esse orchestre, complessi, società dei concerti, festival e quant’altro.

E come non citare i tanti DAMS, i tanti corsi universitari con lauree più o meno brevi? Ma dove potranno lavorare i tanti giovani musicologi, ricercatori, organizzatori e così via se si dimezzano i fondi per le attività musicali?

Le conseguenze derivanti dalla decisione del Governo di decapitare l’organizzazione musicale saranno avvertite sul piano economico non solo in riferimento alle perdite che verranno registrate dall’indotto (musicisti, musicologi, liutai, accordatori, tecnici, tipografi, settori alberghieri e dei trasporti, SIAE, ENPALS ecc.) ma soprattutto farà venir meno quel servizio culturale apprezzato dagli stranieri che visitano il nostro Paese. Ad esempio i festival, costituiscono uno dei motori più importanti del turismo culturale. Recenti ricerche dimostrano che l’impatto economico dei festival è sempre più rilevante. Un’analisi condotta nel Regno Unito ha dimostrato, in proposito, che 100 festival grazie ai propri progetti culturali hanno “prodotto” in un anno ricavi per 58 milioni di sterline.

La Carta Musicale d’Italia, che troverete nelle cartelle, dimostra in modo chiaro come si sia consolidata negli anni una capillarità di iniziative musicali che costituiscono nel loro insieme un importante servizio vicino ai cittadini anche dei piccoli centri e di conseguenza costituiscono un vastissimo patrimonio culturale della collettività.

In questo quadro, la modifica del Titolo V della costituzione, varata dalla precedente maggioranza, che prevede tra le materie concorrenziali tra Stato e Regioni anche lo spettacolo, non ha contribuito certo a conferire all’organizzazione musicale quella fiducia sul suo avvenire che è condizione tassativa per il successo di qualsiasi attività s’intraprenda.

L’incertezza circa la divisione dei ruoli Stato/Regioni non contribuisce, infatti, a trovare un equilibrio capace di favorire lo svolgimento di un lavoro particolare e complesso, come quello che l’organizzazione di manifestazioni musicali esige, che comporta, anche, la necessità di assumere impegni contrattuali con gli interpreti, a volte con anni di anticipo e al tempo stesso di recepire le novità dell’attualità del mondo dell’arte.

I motivi di questa sfiducia non vanno ricercati in una particolare affezione nei confronti del Ministero o in un’irresistibile vocazione centralista degli operatori musicali, quanto nel disagio comportato dall’inadeguatezza e mancanza di linee culturali di cui molte regioni, comprese quelle del nord, hanno dato ripetuta testimonianza e soprattutto per la maggiore discrezionalità con la quale spesso gli assessorati competenti assegnano le risorse economiche. Investire fondi pubblici per finanziare eventi non radicati nel territorio, o manifestazioni d’elevato livello musicale ma molto impegnative sul piano finanziario, costituisce una tentazione alle quali molte Regioni dimostrano di non sapere resistere anche quando questo significa mostrare la propria indifferenza nei confronti delle reali necessità culturali della popolazione di loro competenza.

Le ragioni della nostra insoddisfazione vanno anche ricercate nelle funzioni del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che si sono rivelate inadeguate ad indirizzare e potenziare il settore e tanto meno a concepire la propria azione come l’articolazione di un progetto culturale finalizzato a conseguire gli obiettivi esposti dalla legge 800 e seguenti e ad individuare, di conseguenza, una strategia innovativa.

Non esiste, a nostro parere, altra ragione che possa giustificare il finanziamento pubblico delle istituzioni musicali se non quella di operare come servizio per “favorire la formazione musicale, culturale e sociale della collettività nazionale”. Chi tale impegno non assolve non dovrebbe essere finanziato con fondi pubblici.

Noi non sappiamo se il Centro sinistra, quando si è trovato a gestire il Ministero, avesse un progetto culturale di respiro strategico, se così fosse dobbiamo dire oggi, che è riuscito a tenerlo nascosto come uno dei segreti di Stato meglio tutelati, salvo che non si voglia considerare per strategia culturale quella di sostenere la tesi, peraltro sotto alcuni aspetti condivisibile, che “la musica si divide solo in musica bella e musica brutta”.

E’ evidente che la decisione del Governo di ridurre il FUS del 30% se avrà avuto il torto di scontentare il prof. Brunetta per la sua mitezza – e questo francamente non ci addolora – non mancherà di determinare un pauroso incremento della disoccupazione dei musicisti e di chi lavora nelle istituzioni. E questo ci addolora e come!

A che servono, ci chiediamo, allora, i Conservatori? A cosa porta l’impegno didattico delle grandi Accademie? A cosa vale studiare per dieci anni, sei ore al giorno per perfezionarsi, quando i modesti sbocchi di occupazione vengono decapitati? Perché scegliere il Dams? Non solo: gran parte di quello che si è costruito in campo musicale in questi ultimi quaranta anni, con particolare riferimento alle istituzioni musicali attive nei piccoli centri e a quelle che si dedicano alla musica contemporanea e alla ricerca, si è già dissolto come neve presa di mira da un matto con un lanciafiamme in mano.

Ed è difficile per noi, anche se ci occupiamo prevalentemente d’attività musicali e di danza e non di lirica, evitare di lasciarci prendere da una crisi di sconforto quando apprendiamo che alcune importanti personalità politiche affermano che i teatri lirici sono troppi e che dovrebbero, pertanto, essere ridotti di numero e concentrati solo in alcuni grandi centri.

Ci chiediamo come reagiremmo se un Governo si proponesse, ad esempio, di ridurre il numero dei musei, per favorirne il concentramento in alcune metropoli, trascurando di valutare quale perdita, anche di carattere economico, una decisione come questa, comporterebbe. Ed è evidente che il riordino del sistema musicale non possa prescindere da un riordino delle Fondazione Liriche da far precedere da una analisi sugli errori compiuti, a suo tempo in proposito, dal Governo di centro sinistra.

E vorremmo conoscere il pensiero dei nostri autorevoli ospiti circa il numero delle grandi orchestre sinfoniche in Italia, che è nettamente inferiore a quelle attive in nazioni molto più piccole delle nostre come la Finlandia, La Svezia, La Danimarca, L’Olanda, la Norvegia, il Belgio ecc. ma anche in un paese come il nostro o più grande.

In Finlandia, paese di 5.000.000 abitanti il pubblico che ha frequentato lo scorso anno i festival è ammontato a 2.000.000 spettatori !

In questo quadro è ovvio che la prima richiesta che sottoporremo al nuovo Governo, con l’auspicio che ci presti ascolto, è il ripristino del FUS allo stesso livello 2001.

Vedremmo, inoltre con estremo favore il varo di una legge che, in analogia al testo del decreto legge n.35 / 14 marzo 2005, preveda che le liberalità e le quote sociali siano deducibili dal reddito complessivo del soggetto erogatore entro il limite del dieci per cento del reddito complessivo dichiarato e comunque nella misura massima di 70.000 euro all’anno.

Il ripristino del FUS e una legge che favorisca la partecipazione ai costi delle attività musicali dei singoli cittadini, deve, però, essere preceduta dalla predisposizione di una precisa strategia di sviluppo delle attività della musica che tenga conto dell’obiettivo fondamentale che tutti gli interventi dello Stato in materia devono:”favorire la formazione musicale, culturale e sociale della collettività nazionale” secondo quanto previsto dall’art.9 della Costituzione e dalla legge n.800.

Va detto senza complimenti ed esitazioni che incrementare i fondi per la musica senza avere una strategia di come utilizzarli può costituire una cura peggiore del male.

L’esperienza c’insegna che i fondi, quando sono stati in passato incrementati, sono serviti solo in misura ridotta a rinnovare la rete delle iniziative musicali, o a favorire l’innovazione o potenziare le istituzioni più produttive sul piano dei servizi culturali né, tanto meno, a riequilibrare difformità di trattamento e di incentivi allo sviluppo tra le varie regioni del nostro paese ma utilizzati in modo del tutto discrezionale trasformando la consueta distribuzione a pioggia in una tempesta.

Ed è anche per questo che la nostra seconda richiesta, che consideriamo non meno importante della prima, consiste nell’individuazione e attivazione di un sistema attraverso il quale i contributi dello Stato alle attività musicali vengano erogati in base ad una analisi rigorosa dei programmi e dei dati e delle informazioni indicative dei risultati ottenuti.

Chi ha un minimo di conoscenza della materia e di buon senso, può facilmente fare l’elenco dei dati significativi da raccogliere per fornire informazioni sui risultati conseguiti dai soggetti che richiedono il sostegno dello Stato.

E’ ormai noto che i sistemi informatici, sono oggi in grado di raggruppare questi dati in tabelle atte a fornire una visione d’insieme, indispensabile per ogni approfondimento in materia.

Sia chiaro che siamo in ogni caso disposti anche a partecipare in massa ad uno sciopero bulimico a Parma, città simbolo della buona tavola ma anche del livello di discrezionalità indiscreta con la quale l’attuale Governo finanzia le attività musicali. Questo pur di evitare che i fondi prelevati dal patrimonio dei contribuenti vengano distribuiti in base ad una analisi che individui i risultati che, in termini sociali e culturali, si intendono conseguire, e non su segnalazioni arbitrarie.

Auspichiamo, inoltre, che i dati raccolti per garantire una utilizzazione sociale dei fondi a disposizione, siano portati, subito dopo l’assegnazione dei contributi, a conoscenza dell’opinione pubblica attraverso internet. Da parte nostra noi c’impegniamo di chiedere ai nostri colleghi di pubblicare i bilanci delle nostre istituzioni sui loro siti internet.

Queste e non certamente la creazione di audaci elenchi di vago sapore bolscevico e che stranamente contraddicono la vocazione liberista seguita con irremovibile fiducia dall’attuale maggioranza sono le iniziative che possono garantire trasparenza ed efficacia degli investimenti pubblici in materia musicale.

Gli elenchi, all’interno dei quali i musicisti vengono sistemati per fama e per peso, l’uno accanto all’altro, in quattro caselle, come prosciutti di diversa stagionatura o gli spericolati programmi informatici grazie ai quali il Dipartimento pretende di giungere alla definizione dei contributi attraverso i computer, non appartengono, a nostro parere alla civiltà occidentale, nata dal pensiero di Socrate, ma sono sintomi di una confusione ideologica con la quale dobbiamo ogni giorno confrontarci e che siamo pronti, da oggi in poi, a contestare giorno dopo giorno.

Ed è indispensabile che le garanzie di trasparenza che noi chiediamo vengano fornite anche in rapporto ai fondi extraFUS, quali il Lotto e il cinque (prima era l’otto) per mille e innanzitutto quelli messi a disposizione di ARCUS spa i cui interventi in materia musicale sono stati spesso caratterizzati da una desolante mancanza di criteri e di approfondimenti di merito.

L’esempio più illuminante di come Arcus ha utilizzato, nel più profondo segreto, i propri fondi è costituito dalla decisione di concedere al Comune di Parma 3.200.000,00 di euro per il coordinamento delle attività musicali che si svolgeranno il prossimo triennio nell’ambito del territorio di sua competenza, nonché altri 3.000.000,00 di euro all’Orchestra Filarmonica Toscanini, che è un complesso che si riunisce occasionalmente.

Fatto che rende questa decisione ancora più grave è che essa ha coinciso con il rifiuto di finanziare l’Orchestra Verdi di Milano, che è una istituzione musicale stabile che conta più di 200.000 spettatori all’anno e che è formata da cento giovani musicisti che rischiano di restare disoccupati!

Per la cronaca nera: oggi, gli investimenti finanziari a favore di Parma provenienti da fondi pubblici, esclusi quelli a sostegno del Teatro, ammontano ormai quasi al doppio di quelli concessi a Milano, fatti ovviamente, salvi i contributi assegnati alla Scala! Esempio questo, di sublime equilibrio e di buon senso!

Questo è l’elenco delle richieste che noi sottoponiamo all’attenzione dei presenti e che porteremo a conoscenza del prossimo Governo.

Questo elenco, resterebbe tuttavia incompleto se il Governo non dovesse provvedere ad affidare la guida del Ministero per i Beni e le Attività Culturali a personalità scelte per le loro competenze specifiche o quanto meno tra quelle consapevoli che scegliere ed avvalersi di collaboratori specializzati nelle varie discipline musicali e non di un proprio amico o di un militante nel proprio partito, non è solo loro interesse ma un dovere.

La musica in generale e quella classica in particolare, sino alle più recenti espressioni creative, esige professionalità specifiche, capacità operative, etica professionale, lungimiranza culturale.

Riteniamo, pertanto, di dover chiedere al nuovo Governo di evitare di affidare incarichi attinenti il settore dell’organizzazione musicale ad illustri farmacisti, sapienti economisti, facondi avvocati ecc. Ormai il mondo della musica è frequentato da troppi dilettanti allo sbaraglio perché se ne possa desiderare un numero maggiore.

Si tratta di un settore che merita attenzione e rispetto considerato che coinvolge centinaia di migliaia di persone che diventano milioni se s’include il pubblico.

Per questa ragione si condividono le preoccupazioni espresse nel documento delle Associazioni Nazionali dei Critici Musicali e di Teatro e si chiede che giornali e altri media restituiscano ed incrementino la presenza dell’informazione culturale qualificata che è notizia e memoria storica, sostegno delle programmazioni moderne e di ricerca, ragguaglio significativo sull’attività delle realtà locali, conoscenza e coscienza critica della qualità degli spettacoli d’arte, vigilanza sulla conformità e correttezza delle politiche culturali nazionali e delle relative ripartizioni finanziarie.

La Musica è un’arte, anche dalle riconosciute potenzialità terapeutiche, che è in grado, come nessuna altra disciplina, di favorire la formazione dell’individuo come cittadino. Il nostro Paese ha il merito di avere inventato tutto in materia musicale, i teatri d’opera, la scrittura, gli strumenti, la scenografia, il linguaggio ecc. ma non certo quello di avere adeguato lo sviluppo della musica alle esigenze di una nuova società.

In questo siamo indietro a moltissime nazioni e anche al Venezuela il cui impegno a favore della musica, intesa come disciplina artistica di forte contenuto sociale, è sostenuto dal Ministero degli Affari Sociali attraverso la creazione di centinaia di orchestre di bambini e giovanili.

Attraverso questo programma sono stati assistiti e forse salvati, in venti anni, 1.500.000 di giovani.

Per questo auspichiamo con forza che il Governo che verrà si ponga come obiettivo quello di sostenere le attività musicali attraverso l’articolazione di una strategia di alto livello e di equilibrare la presenza di iniziative su tutto il territorio nazionale evitando, ad esempio, concentrazioni di orchestre in singole regioni e favorendone la creazione dove mancano.

Questi interventi devono essere realizzati assicurando una verifica della fattibilità del progetto, un controllo rigoroso della struttura artistica, organizzativa ed amministrativa, dei concorsi di assunzione dei musicisti pretendendo la più scrupolosa trasparenza delle relative procedure.

Ai fini di una ragionata ed equilibrata distribuzione delle risorse dovrebbero essere tenute presenti anomalie come quella che si registra ad esempio a Napoli, città nei confronti della quale la musica e lo spettacolo debbono molto della loro storia, ma dove manca, dalla soppressione della Scarlatti decisa dalla RAI, una orchestra che sia degna di tale nome.

Il nuovo Governo dovrebbe altresì introdurre nelle scuole metodi didattici d’avanguardia per favorire la formazione di un nuovo pubblico musicale e rendere possibile la nascita di orchestre e cori di bambini e giovanili, che senza avere l’aspirazione di divenire complessi professionali finalizzino la loro azione alla formazione di musicisti dilettanti e di cittadini coscienti che il futuro dell’umanità è condizionato dalla disponibilità di tutti a vivere in armonia e d’accordo con gli altri. Come è noto “armonia” e “accordo” sono, non a caso, termini musicali.

Abbiamo concluso: rinnoviamo i nostri più cordiali ringraziamenti ai presenti e ci scusiamo per alcuni coloriti appunti critici ma riteniamo necessario e democratico esprimere in maniera civile il nostro pensiero tanto più se si considera che è stata messa in discussione la sopravvivenza stessa del sistema musica e di tutti coloro che lavorano per esse.

Non nascondiamo d’essere ora fortemente interessati a conoscere, in proposito di quanto abbiamo esposto, il pensiero delle personalità politiche che hanno gentilmente aderito al nostro invito e del Ministro Rocco Buttiglione che ringraziamo per la Sua presenza.

 

Come avete appena potuto leggere, l’argomento è appassionante ed estremamente complesso. Abbiamo assistito personalmente al Convegno ed abbiamo sentito con le nostre orecchie splendide ed intelligenti promesse da parte dei leader politici, soprattutto dell’Unione. Ci auguriamo quindi che, dopo aver dedicato un lodevole sforzo ad approfondire le problematiche della cultura italiana e a tradurre le proprie valutazioni in un promettente programma elettorale, i rappresentanti eletti possano poi, se andranno al governo, riuscire a mantenere le promesse elettorali.

 

Iniziamo con il riprendere un interessante articolo da poco pubblicato su Internet: http://www.romanoprodi.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=1250

prodiRomano Prodi alla discoteca Rolling Stone con cantanti e discografici
Una nuova legge sulla musica – 26 Marzo 2006

Dopo tante piazze italiane, è il momento della discoteca. E il Professore arriva al Rolling Stone di Milano, il luogo giusto per incontrare i giovani, i cantanti e i produttori discografici. Si ascolta buona musica, ma soprattutto si parla di musica. E della necessità di una legge che davvero permetta di risolvere i problemi del settore: dalla pirateria, all’Iva, all’impossibilità di avere un mercato. Seduti intorno a Romano Prodi, Caterina Caselli, Eugenio Finardi, Beppe Carletti, storico componente dei Nomadi, Dolcenera, Simone Cristicchi, i La Crus, Roy Paci e i suoi Aretuska, e tanti altri. Con loro, i rappresentanti delle associazioni di musicisti indipendenti; su tutti l’Audiocoop guidata da Giordano Sangiorgi, ideatore e organizzatore dell’incontro.

Romano Prodi ricorda che la legge sulla musica del ‘67 riguarda solo la musica classica e che, invece, è necessario allargarla a tutta la musica: “Mi avete parlato della crisi tragica di questo settore. Avete parlato anche della legge Moratti e della scarsa cultura musicale che c’è nel paese. Abbiamo una fortuna, possiamo partire da zero”.
Si parla poi del dibattito culturale nato in Francia per ottenere una legge sulla musica. “Se non mi aiutate aprendo un dibattito culturale vero – afferma Prodi – la legge non si farà o, se si farà, sarà per quattro sfigati che non guadagnano”. Tra gli applausi dei tanti giovani presenti, Prodi li invita alla mobilitazione: “E’ un discorso che nella responsabilità di governo voglio tenere aperto, con un dialogo continuo con voi.
Non basta aumentare il Fus se non c’è il clima culturale che faccia un discorso complessivo sulla musica. A scuola non si può solo insegnare il solfeggio perchè i ragazzi dopo un anno si rompono le scatole. La musica deve essere parte della vita dei ragazzi”.

Se verrà realizzata una nuova legge, sottolinea Prodi, saranno necessari collegamenti tra i vari ministeri, ad esempio quello dell’istruzione e delle telecomunicazioni, per promuovere la musica italiana: “In Italia la cultura musicale è la più bassa d’Europa”. Per quanto riguarda l’Iva, una riduzione può avvenire: “Sarebbe un atto di giustizia ma non illudiamoci che portarla dal 20 al 15% sia una rivoluzione culturale”.
Altro argomento caldo, la pirateria. “Ci si lamenta tanto della Cina – sostiene Prodi – ma se andiamo a vedere le statistiche noi siamo in classifica al terzo o quarto posto tra i pirati”.

Ma andiamo direttamente alla fonte. Nel poderoso programma dell’Ulivo (pubblicato su internet e liberamente scaricabile al link http://www.ulivo.it/adon/files/Programma_per_punti.zip, decomprimento il file zip è possibile leggere l’intero programma dell’Unione, organizzato in vari files PDF. Abbiamo estratto e letto l’ultimo, riservato alla cultura, e ve ne riportiamo qui i passi salienti.

Il titolo  “La ricchezza della cultura”,

 seguito dal sottotitolo “La rinascita culturale come strategia per la crescita” 

dicono già moltissimo da soli.

Ma leggiamo insieme:

“Il nostro Paese possiede un’inestimabile ricchezza culturale, che in una società postindustriale può diventare la fonte primaria di una crescita sociale ed economica diffusa. La cultura è un fattore fondamentale di coesione e di integrazione sociale. Le attività culturali stimolano l’economia e le attività produttive: il loro indotto aumenta gli scambi, il reddito, l’occupazione. Un indotto che, per qualità e dimensioni, non è conseguibile con altre attività: la cultura è una fonte unica e irripetibile di sviluppo economico. Tutelare e valorizzare le risorse culturali, armonizzandole con il territorio e con la vita dei cittadini porta benefici evidenti anche all’industria del tempo libero e del turismo. La cultura, al di là del suo valore economico, è quindi un ambito strategico di investimento pubblico ed un ambito produttivo ad alta tecnologia, con un’ampia gamma di professioni specializzate, e che tiene un serrato dialogo con il territorio. Essa va riportata al centro del quadrante del Paese. La cultura e le istituzioni culturali non hanno perciò bisogno di un governo statico con finanziamenti a pioggia, ma di una governance dinamica che tenga conto del loro ruolo nello sviluppo del Paese. Il governo di centrodestra, a causa sia di interventi legislativi che della costante riduzione delle risorse pubbliche, ha aggravato tutti i problemi. 

Nei 5 anni di legislatura il Ministero per i beni e le attività culturali ha perduto circa il 25% degli stanziamenti complessivi previsti per il 2001 pari a 496 milioni di euro in meno. Tagli che, di fatto, impediscono di attuare una seria politica pubblica di sviluppo per la cultura e costringono il Ministero a funzioni puramente burocratiche. Lo strumento più proprio per realizzare interventi sistemici è il distretto culturale, che tiene insieme tutti i soggetti che possono fare sistema sul territorio marcandone la fisionomia e la crescita: dal museo alla biblioteca, all’impresa artigiana, all’Università, all’editoria, alla multimedialità, ecc. 

Riteniamo che per questo bisogna inserire le risorse culturali nei processi di crescita territoriale e nazionale, qualificare le risorse umane impegnate nel settore culturale, il ridisegnare le relazioni amministrative, introdurre incentivi fiscali, le relazioni con le imprese private.  La ricchezza della cultura Reputiamo centrale ed irrinunciabile un forte impegno pubblico, anche secondo quanto stabilito dal protocollo sulla “diversità culturale” approvato di recente dall’UNESCO, che invita a prestare attenzione alla diversità dell’offerta di lavoro creativo, al dovuto riconoscimento dei diritti degli autori e degli artisti, alla specificità di beni e servizi culturali che non devono essere trattati come semplici prodotti o merci di consumo. Per realizzare questa nuova concezione di sviluppo, che porti la cultura nell’economia, nella crescita del territorio e della vita della comunità dobbiamo introdurre gli strumenti finanziari, organizzativi ed amministrativi necessari. Il primo tema sarà il reperimento di risorse pubbliche e private per finanziare l’attività culturale. 

Riteniamo necessario: 

– destinare una quota dell’otto per mille e una quota degli introiti provenienti dalle estrazioni infrasettimanali del lotto alla cultura, attribuendole al bilancio del Ministero per i beni e le attività culturali; 

– regolamentare l’attività della società ARCUS S.p.a., garantendo la trasparenza e la corrispondenza delle sue attività con gli obiettivi pubblici del finanziamento per la cultura, col solo indirizzo e controllo del Ministero per i beni e le attività culturali e stabilizzando la destinazione per essa del 3% dei fondi previsti per le infrastrutture (L. n.166 del 2002) e regolamentando i criteri di nomina del suo Cda; 

– prevedere la destinazione alla produzione di spettacolo e di cinema – principali fornitori di contenuto per televisioni, providers e telecomunicazioni, di una quota degli introiti delle transazioni pubblicitarie delle emittenti televisive nazionali. 

Riteniamo poi urgente: 

– ristabilire il bilancio complessivo del Ministero per i beni e le attività culturali al livello previsto per il 2001; – riportare gli stanziamenti del Fondo Unico dello Spettacolo almeno al livello previsto per il 2001, garantendone la stabilità triennale; 

– stabilire l’obiettivo dell’1% del PIL di risorse pubbliche destinate alla cultura nel medio – lungo periodo;

– aiutare la cultura con incentivi fiscali e tax shelter (scudo fiscale); 

– sostenere la domanda di prodotti culturali. 

Le altre misure che crediamo necessarie sono: 

– tutelare il diritto d’autore soprattutto in rapporto all’innovazione tecnologica; 

– regolamentare il mercato del lavoro prevedendo tutele sociali; 

– istituire presso il Ministero un Osservatorio della cultura.

[omissis…]

e ancora:

Sostenere lo spettacolo dal vivo 

La stagione di governo del centrodestra ha avvilito lo spettacolo dal vivo, colpendo i finanziamenti pubblici previsti dal Fondo Unico dello Spettacolo ed attuando regole prive di coordinamento e di visione strategica. Questo ha provocato, tra l’altro, conflitti nelle relazioni istituzionali con i governi regionali e locali. Ne ha sofferto la promozione dello spettacolo dal vivo e dell’accesso ad esso da parte dei cittadini. 

I tagli alle risorse del FUS hanno fatto perdere in cinque anni oltre il 40% degli stanziamenti pubblici per il sostegno e la promozione dello spettacolo. A questi vanno aggiunti, poi, i danni che conseguiranno al sistema dello spettacolo per i tagli dei trasferimenti dallo Stato alle Regioni e agli Enti Locali, costretti a compiere drammatiche scelte tra la promozione della cultura e la garanzia dei servizi essenziali. 

Dobbiamo dare allo spettacolo dal vivo un progetto politico forte, in cui sia forte il ruolo pubblico e che renda lo spettacolo un fattore strategico di crescita sociale ed economica dei territori. Ciò a cui dobbiamo provvedere prima di tutto è una disciplina nazionale di sistema. 

Tra i primi obiettivi di tale disciplina c’è quello di ridisegnare le relazioni e le competenze istituzionali e amministrative per il governo del “sistema spettacolo” nel suo complesso, muovendo dal principio generale di garanzia dell’unità e dell’equilibrio degli interventi pubblici destinati alla promozione dell’offerta e della domanda di spettacolo dal vivo. Dobbiamo cambiare radicalmente le politiche pubbliche per lo sviluppo dello spettacolo, rendendolo un motore della crescita collettiva, attraverso: 

– la priorità dei finanziamenti pubblici ai programmi e ai progetti che garantiscano una ricaduta culturale e il perseguimento degli obiettivi pubblici, con attenzione anche ai progetti avanzati dagli artisti; 

– la concertazione tra i diversi livelli di governo della Repubblica, approntando sedi e strumenti per la collaborazione tra centro e periferia; 

– la programmazione pluriennale e unitaria, tra i diversi livelli di governo della Repubblica delle risorse finanziarie e degli interventi per spazi, servizi, strutture, tecnologie, formazione artistica e professionale, formazione del pubblico.  

Lo Stato dovrà impegnarsi a ristabilire le risorse finanziarie per lo spettacolo dal vivo, favorendo il finanziamento privato e garantendo l’equilibrio dell’offerta di spettacolo sull’intero territorio nazionale. Le nostre azioni principali in questo senso saranno: 

– riportare gli stanziamenti del Fondo Unico dello Spettacolo almeno al livello previsto per il 2001 e garantirne la stabilità triennale; 

– attuare norme per la defiscalizzazione totale degli investimenti delle persone fisiche e delle imprese private nei progetti e nelle attività di spettacolo dal vivo; 

– perequare gli interventi pubblici tramite interventi di promozione nelle aree e nei territori ad offerta debole o insufficiente;

– istituire un sistema di incentivi al consumo di spettacolo dal vivo (riduzioni del prezzo del biglietto e dei servizi per fasce qualificate di consumatori); 

– definire i compiti e il ruolo della società ARCUS, ancora priva del regolamento previsto dalla legge istitutiva, per superare i micro interventi finora affidati a questa società, a favore di interventi strutturali di sistema coerenti con gli indirizzi e le finalità pubbliche della promozione dello spettacolo; 

– diffondere la produzione italiana dello spettacolo dal vivo all’estero, riformando l’Ente teatrale italinao (ETI), depurandolo da funzioni improprie e mettendolo in grado di operare in sinergia con analoghe strutture degli stati membri dell’Unione europea; 

– stabilire regole di programmazione dello spettacolo dal vivo italiano ed europeo sulle reti televisive e radiofoniche nazionali e accordi per spazi di informazione e promozione dello spettacolo dal vivo; 

– dedicare maggiore attenzione alle espressioni artistiche giovanili, compresa la musica italiana contemporanea, e al balletto, oggi trascurato dalle politiche pubbliche. 

Altra priorità della nostra azione sarà la formazione delle professioni e del pubblico. 

In tema di formazione, dovremo garantire degli standard minimi per le professioni artistiche e tecniche dello spettacolo, prevedendone la qualificazione permanente. Dovremo inoltre promuovere e sostenere la costruzione del pubblico del futuro, dotandolo degli strumenti di conoscenza fondamentali a partire dalla scuola pubblica. A fronte del rilievo assunto dalle professioni creative, artistiche ed intellettuali, dovremo prestare attenzione particolare alla regolamentazione del mercato del lavoro dello spettacolo con l’introduzione di regole specifiche per la tutela dei lavoratori dello spettacolo, una disciplina delle professioni di agente e di rappresentante degli artisti e nuove disposizioni sul trattamento fiscale.

La ricchezza della cultura nei settori dello spettacolo e della musica dal vivo 

La riduzione del Fondo Unico dello Spettacolo a 385 milioni di euro per il 2006 e a 300 milioni per il biennio 2007/2008 pone inoltre in primo piano la questione della crisi delle Fondazioni lirico sinfoniche. Finanziamenti pubblici ridotti, strategie inadeguate, consistenti costi fissi di funzionamento, l’assenza di norme per la piena deducibilità degli investimenti dei privati in cultura, hanno impedito di raggiungere l’obiettivo fissato dal Decreto legislativo 367/1996. Tale decreto ha attuato la trasformazione dei teatri d’opera da Enti lirici a Fondazioni di diritto privato. Ad oggi la leale ed equilibrata collaborazione tra pubblico e privato che esso voleva realizzare non si è del tutto compiuta. 

Considerata l’importanza del settore della lirica nel nostro Paese, per ragioni culturali ed economiche, la consistenza del numero di dipendenti e l’oggettiva diversificazione dello stato dei bilanci delle singole fondazioni lirico-sinfoniche, dovremo affrontare la questione insieme a tutti gli attori del settore. Sarà nostro compito individuare gli interventi e gli strumenti necessari al rilancio ed allo sviluppo delle attività delle fondazioni lirico sinfoniche – a partire dagli impegni di investimento e di spesa pubblica – sulla base di progetti che perseguano una missione culturale di interesse collettivo, diversificando ed aumentando le giornate di programmazione, raggiungendo pubblici sempre nuovi, promuovendo all’estero le produzioni italiane. 

Il cinema e l’audiovisivo in primo piano 

Il Cinema italiano e più in generale il sistema dell’audiovisivo sta vivendo una situazione di profonda crisi, anche a causa dell’inadeguatezza delle norme, delle risorse e delle politiche di settore. Esso è penalizzato da vari fattori, a partire dalla scarsa propensione del pubblico italiano a frequentare le sale, dovuta anche alla mancanza, rispetto ad altri Paesi europei, di politiche per il sostegno e la promozione del prodotto e del consumo. 

Come in molti altri Paesi europei, poi, il prodotto italiano incide sul totale del box office per meno del 25%. È forte l’indice di concentrazione: i primi 5 film italiani raccolgono oltre il 60% della spesa del pubblico orientata al prodotto italiano. I primi 25 ne raccolgono oltre il 90%. La quota restante di prodotto italiano è gravemente penalizzata. 

In contrasto con la sua storia, il Cinema italiano rischia così di non riuscire più a comunicare con il Paese e ad esserne una delle forme più alte di espressione artistica, penalizzando la creatività artistica e la capacità di essere industria culturale: un binomio indissolubile per competere con le altre cinematografie. Il settore della Fiction, che partiva da uno scenario di strisciante colonizzazione culturale, ha conosciuto invece, grazie alla vecchia 122 voluta dal centrosinistra, una buona capacità di reazione, realizzando prodotti di qualità. Debole, invece, è il sostegno al prodotto rivolto ai bambini: si sottovaluta l’importanza dell’impatto formativo dei cartoon e – nonostante una buona base di professionisti – si sconta ancora un ritardo culturale. 

L’offerta si diversifica e la domanda si trasforma: cresce il consumo domestico, l’home video, si apprestano nuovi canali distributivi (Internet, l’UMTS). Bisogna quindi regolare tutta la nuova articolazione della filiera, a partire dalle norme antipirateria, con la consapevolezza che la stessa rete può aiutare lo sviluppo del settore. Occorre recuperare anzitutto il grande patrimonio filmico nazionale, l’archivio della memoria – digitalizzato, tutelato e diffuso – in quanto bene culturale. Vanno anche definiti nuovi codici e sistemi di tutela dei diritti coerenti con le nuove tecnologie. Rispetto a tale situazione il Decreto Legislativo Urbani non ha saputo intervenire in un’ottica sistemica, ma ha agito in modo disorganico e segmentale, senza disporre peraltro delle risorse adeguate. Non ha così corretto le distorsioni operative della Legge 122, che è stata applicata in modo parziale sottovalutandone l’intento di base: rompere le strozzature e le situazioni di duopolio del sistema. 

Non possiamo che partire da questo stato di crisi per rilanciare l’industria cinematografica e dell’audiovisivo. Un’industria atipica che è anche cultura, espressione artistica, identità culturale e storica, linguaggio. 

Dovremo pertanto predisporre investimenti pubblici, oltre che privati, per tornare a fare cinema di qualità, promuovere la sperimentazione e affrontare il nodo della digitalizzazione e del rapporto tra il cinema, i nuovi media e le comunicazioni di massa. Dobbiamo compiere scelte coraggiose e innovatrici, come ci chiedono gli stessi operatori, per aprire il mercato, superare il sostanziale duopolio e rilanciare l’industria cinematografica e dell’audiovisivo, nel rispetto dell’indipendenza e della libertà di opinione, affrontando la questione in una logica di sistema, rivedendo la situazione di tutta la filiera. 

Dobbiamo ricondurre progressivamente televisioni e service providers alle loro rispettive funzioni naturali di broadcaster e di fornitori di accesso ai contenuti. 

Riteniamo che premessa per una nuova legge sul cinema sia una legge antitrust che disciplini orizzontalmente o verticalmente gli interessi nelle televisioni, telecomunicazioni, stampa, nuovi media e contribuisca a ricreare il mercato superando l’attuale duopolio. 

I punti qualificanti di questa legge saranno: 

– un fondo di garanzia per il cinema e l’audiovisivo, che non si fermi alla revisione del Fondo Unico per lo spettacolo (FUS), ma estenda il prelievo di risorse da destinare al cinema a tutti gli operatori e le imprese che utilizzano il cinema in qualunque forma; 

– una struttura gestionale autonoma, sul modello del Centro nazionale cinematografico francese, che ricopra tutte le competenze fino ad oggi affidate ad enti pubblici o semipubblici diversi, consentendo un notevole risparmio gestionale; 

– una regolamentazione sulla programmazione e sulle quote di investimento per la cinematografia italiana ed europea, anche attraverso lo strumento dei contratti di servizio; 

– forme di esenzione ed incentivi fiscali o scudo fiscale; – l’attribuzione all’autorità di garanzia del compito di vigilare, con poteri sanzionatori, sull’applicazione delle nuove norme di vigilanza nell’intera filiera; 

– il sostegno a forme di cooperazione per la promozione e la circolazione delle opere cinematografiche e audiovisive, italiane ed europee, nel territorio dell’Unione; – la promozione di iniziative volte alla formazione culturale del cittadino e alla diffusione della cultura cinematografica, a partire dalla scuola pubblica; 

– l’adozione di misure di sostegno e incentivazione per favorire la programmazione nelle sale delle opere cinematografiche italiane ed europee.”

 

Ma veniamo al programma elettorale del Polo delle Libertà:

 

silvio_berlusconiIl programma ufficiale, di piglio notarile, è pubblicato su Internet e scaricabile dal link Programma della legislatura 2006 – 2011.

Purtroppo, dopo un’attenta lettura del programma, aiutata dal computer e dalle chiavi di ricerca per le parole “cultura” e “musica”, tutto quello che abbiamo trovato è, al punto 7, la seguente frase:

Continueremo la realizzazione del piano decennale delle grandi opere e l’azione di valorizzazione dei beni culturali quale fondamento della nostra identità e volano di sviluppo economico.

 

Punto. Una riga. Una accurata e defatigante ricerca su Internet, su più di 1.900.000  pagine archiviate da Google su Silvio Berlusconi e Forza Italia, non ha dato ulteriori risultati.

Se qualcuno vorrà avere la pazienza di segnalarci altro materiale interessante sul programma elettorale del Polo, lo pubblicheremo volentieri. Nel frattempo, ci limitiamo a questa riga ufficiale ed ai fatti.

Fatti che sono costituiti dalla politica economico culturale perseguita dal governo Berlusconi in questi cinque anni (rimandiamo al documento qui sopra riportato “il futuro senza musica”) ed ai grossi tagli apportati al fondo pubblico per lo spettacolo.

Per quanto riguarda la politica culturale evidentemente cara al nostro attuale Presidente del Consiglio, non c’è che da guardare ad un illuminante esempio pratico: il palinsesto delle sue reti televisive. Quale imprenditore resisterebbe alla tentazione di dar vita e corpo alla propria visione culturale del mondo, disponendo di tale potenza mediatica? Osservare le sue televisioni (e lo spazio da esse riservato alla musica classica, tanto per battere sui temi che più ci stanno a cuore) è davvero educativo ed illuminante per capire in quale conto venga tenuta questa parte determinante della cultura. La RAI, anch’essa abbastanza fermamente guidata ed ispirata dal governo in carica, non ha fatto d’altra parte di meglio… anzi.

Se non si cambia, ci aspetta davvero… UN FUTURO SENZA MUSICA

Ines Angelino

 

Apr 092006
 

charlotDurante i primi 30 anni della vita del cinema, virtualmente ogni proiezione veniva accompagnata con musica dal vivo. Ciò significa che la visione di un film era per certi versi un’esperienza simile al teatro, dove la rappresentazione era, per usare due termini televisivi, una sinergia di ‘diretta’ e ‘differita’: da una parte il lato meccanico, a sostituire il palcoscenico, e dall’altra il lato ‘live’, con i musicisti fisicamente impegnati per tutto il corso della proiezione.

Eppure una grossa differenza con il teatro puro c’è: durante uno spettacolo puramente teatrale (intendendo uno spettacolo rappresentato totalmente dal vivo in un teatro, o in una sala da concerto), si crea una tensione crescente tra gli interpreti ed il pubblico, essendo gli uni consapevoli della presenza degli altri. La chiusura del sipario e gli applausi finali sono in qualche modo lo sfogo di questa tensione. Una tensione che nel cinema è impossibile raggiungere, per la natura stessa del cinema, che non riesce mai a coinvolgerci oltre un certo limite, mentre restiamo seduti nel buio ad osservare passivamene le immagini sullo schermo. In teatro, con il bello della diretta, può succedere di tutto, ogni sera è diversa dalla precedente perchè gli interpreti sono diversi, invecchiati anche solo di un giorno. Il cinema come mezzo di riproduzione meccanico è sempre uguale a se stesso, sempre perfetto.

Da un punto di vista strettamente musicale, il cammino verso un complesso ed emotivo approccio all’accompagnamento dei film fu, senza sorprese, un processo graduale. I primi film venivano accompagnati solamente da un pianista che solitamente improvvisava mescolando brani popolari a stralci di pezzi classici. Ad un certo punto i film cominciarono ad essere distribuiti con indicazioni di cosa il pianista avrebbe idealmente dovuto suonare. Già negli anni venti però, non era raro incontrare nelle grandi città un film accompagnato da un’intera orchestra. Dal momento che l’improvvisazione è impossibile con un’orchestra, le partiture complete per musica da film divennero una necessità; queste prime partiture si presentavano ancora come un mix di brani popolari e classici. Di solito i direttori d’orchestra che si specializzavano in quest’ambito mettevano insieme la partitura componendo loro stessi i ‘ponti’ tra un brano e l’altro. Come si può immaginare, quello della sincronia non era certo un problema da poco.

Infine anche compositori di grande talento sperimentarono e spesero energie nella creazione di partiture per film. Anche se la cosa non ebbe grosso sviluppo, almeno all’inizio, e presentò diversi problemi: i compositori erano spesso ferrei nel volere che si mantenesse l’integrità della loro opera, a cominciare dall’orchestrazione. Ciò presentava, naturalmente, un problema logistico: con la distribuzione di un film in diverse città era impensabile che lo stesso tipo di orchestra potesse essere presente ovunque. La cosa avrebbe, inoltre, gravato notevolmente sul budget. Oltretutto, a seconda delle città, la proiezione poteva venire organizzata più o meno in grande, il che rendeva necessario il poter riadattare la partitura alle esigenze del momento, cambiando orchestrazione, ensemble ecc. Inoltre la musica veniva ancora considerata un elemento accessorio di una proiezione, ed un qualcosa che qualunque rozzo mestierante sarebbe stato in grado di fare a minor prezzo dei compositori di razza.

Com’è ovvio, il risultato di questo è che ben poche partiture per film muti vennero scritte da grandi compositori: Camille Saint- Saëns per “L’assassinat du duc de Guise” del 1908, Richard Strauss per “Der Rosenkavalier”, Arthur Honegger per “La roue” del 1923 e “Napoleon” del 1927, Dimitri Shostakovich per “La nuova Babilonia” (che fu solo la prima delle sue 36 partiture per il cinematografo, muto e non) e pochi altri. Le partiture venivano oltremodo scritte a parte, con il compositore che presentava il lavoro finito senza alcun dialogo o costruzione dell’idea del materiale con il regista.

corazzatapotempkinUno dei primi a capire l’importanza della musica per il film e, quindi, quanto fosse importante una collaborazione tra compositore e regista per poter ottenere la giusta sinergia fu Sergej Ejzenstejn. Egli comprese fin troppo bene quanto la pantomima sullo schermo potesse essere enfatizzata e sottolineata nei suoi momenti peculiari da una musica costruita all’uopo. La formalizzazione di questo pensiero si può apprezzare benissimo nel film “Potemkin” del 1925. Edmund Meisel, il compositore, lavorò a stretto contatto con Ejzenstejn, tanto da comprendere in toto il profilo operativo del film nel suo insieme. Certo, successivamente, lo stesso Ejzenstejn scrisse una famosa analisi del proprio film, dividendo lo stesso in 5 atti, ciascuno dei quali terminava con la chiusura del sipario. In un certo senso, Potemkin fu scritto in modo da poter essere acompagnato con la musica.

Naturalmente anche altri registi si resero, poi, conto dell’importanza della musica per il film, tanto che divenne uso comune avere un pianista suonare durante le riprese del film per aiutare gli attori a modellare la scena. Purtroppo il film muto era condannato all’estinzione fin dall’inizio. Proprio quando cominciò a svilupparsi, infatti, la Warner Brothers distribuì il suo primo film con colonna sonora registrata, “Don Giovanni” (1926). Molte partiture andarono, così, perdute, e altre, come quella di “Der Rosenkavalier”, sopravvivono soltanto in frammenti.

Negli ultimi anni c’è comunque stata una tendenza al recupero del film muto come arte in sé, il che ha riportato inevitabilmente i riflettori anche sull’accompagnamento musicale. E’ del 2002 la ripresa di film come “Il gabinetto del dottor Caligari” del 1919 e di “Metropolis” del 1926 nell’ambito di una rassegna cinematografica a Palermo, entrambi accompagnati dal vivo da un pianista, nella più pura tradizione del muto. Più indietro nel tempo, risale al 1981 la nascita de “Le giornate del cinema muto” a Pordenone, divenuto ormai un appuntamento fisso per tutti gli amanti e studiosi del genere. O ancora il Bard Summerscape, nello Stato di New York, che dal 2003 ogni anno presenta una rassegna di film legati al compositore attorno al quale ruota il Bard Music Festival, e dove il muto è raramente assente. Infine i lavori di compositori come Giovanni Renzo sono fondamentali per il mantenimento del genere. Forse ci si è mossi un po’ troppo tardi per il recupero delle partiture originali dei film muti, ma la presenza di realtà come queste ci fa sperare che quelle recuperate, almeno, non andranno nuovamente perdute.

Gianmaria Griglio

Vieni alla nostra rassegna di lezioni-concerto a Milano alla Palazzina Liberty!