Feb 102006
 

Un interessante articolo sulla musica dodecafonica e sul suo inquadramento storico, anche come stimolo ad un dibattito che vorremmo qui iniziare: scrivete a rivista@classicaviva.com

Leggi l’importante ed interessantissimo dibattito che si è sviluppato nel forum di Edumus cliccando qui.

 

La tomba di Schoenberg a Vienna

La tomba di Schoenberg a Vienna

Molti dei nostri preconcetti riguardo la musica sono un retaggio del tardo XVIII secolo: un periodo in cui la musica tanto nelle corti quanto nei grossi centri urbani assunse un’estetica ben precisa, una connotazione formale più definita che mai. E’ questo il periodo conosciuto come periodo classico nella storia della musica, al quale appartengono compositori come Mozart, Haydn e Beethoven, pilastri assoluti del nostro dna musicale. Si sviluppò in quest’era fertile per la cultura e le scienze un interesse crescente per la storia, l’architettura, la filosofia e la letteratura, per la cultura greco-romana in generale, cultura che viene associata all’illuminismo, un’età legata indissolubilmente all’uso della ragione, dell’empirismo, al modellare il pensiero in modo conscio e razionale.

Tutto ciò si riflettè naturalmente anche in musica: l’estetica musicale di quest’epoca trova una sintesi perfetta, ad esempio, nella forma-sonata, con il suo bilanciamento formale assoluto. Le regole della composizione, si credeva, erano evidenti ed oggettive, e pertanto assolute ed infrangibili.

Naturalmente ci pensò il romanticismo a porre una battuta d’arresto a questo razionalismo imperante. L’idea di una musica basata su regole oggettive ed inattaccabili incontrò sempre maggiore scetticismo. Uno scetticismo derivato in parte anche dai movimenti nazionalisti che usavano l’arte per fare politica. Un cammino che portò, partendo dal Prometeo beethoveniano e passando per i Meistersinger di Wagner, alla formazione di un nuovo concetto, quello dell’eroe. Walther, nei Meistersinger appunto, è la punta più alta di questo atteggiamento di libertà e soggettività e rende la musica veramente espressiva per i suoi contemporanei con la rottura di ogni regola.
Alla fine dell’800 l’estetica nazionalista, che peraltro aveva favorito lo sbocciare di gioielli come le Danze Slave di Dvorak o quelle ungheresi di Brahms, aveva sostituito completamente l’estetica universale dell’illuminismo.

Ma, si sa, la tenaglia dei corsi e ricorsi storici non manca mai all’appuntamento. E così cominciò a farsi strada l’idea che la musica stesse diventando troppo popolare, nel senso negativo del termine, investita di una leggerezza che allontanava il pubblico dalla vita sociale e politica. I grandi sconvolgimenti del XX secolo, la I guerra mondiale, la depressione, l’ascesa del nazismo e la II guerra mondiale, la paura dell’atomica e la guerra fredda, ebbero il merito di risvegliare la coscienza degli artisti. Come era possibile che l’arte fosse tanto distante dal mondo in cui viveva? E come era possibile conciliare la composizione con una crescente coscienza sociale e politica ed usare la musica per risvegliare la stessa coscienza nelle masse?
Osservando la cosa dal punto di vista opposto si capisce come la musica allora in auge, troppo leggera e popolare, potesse in realtà sortire l’effetto di allinearsi inavvertitamente con i regimi di Mussolini, Hitler e Stalin.

Arnold_schoenbergDivenne così imperante trovare un modo nuovo di comporre. Situazione che si risolse nel 1920 quando Arnold Schoenberg inventò la musica dodecafonica ossia “un metodo di composizione con dodici note non imparentate tra di loro”. La dodecafonia istituiva una serie di regole assai rigide, che in qualche modo testimoniavano un rifiuto della mancanza di regole del tardo romanticismo ed un ritorno al razionalismo dell’età classica. La dodecafonia, per la sua stessa natura innovativa e controcorrente, divenne immediatamente il cavallo di battaglia degli antifascisti. Il radicalismo musicale diventò sinonimo di resistenza all’oppressione. Naturalmente, questa forma di opposizione al regime venne notata e contrastata dai regimi stessi: la musica di Anton Webern, uno dei massimi epigoni di Schoenberg, fu giudicata come degenerata e bandita durante l’occupazione nazista dell’Austria nel 1934. In Germania fu bandita anche la musica di Alban Berg, altro esponente della dodecafonia, allievo pure lui di Schoenberg,. Luigi Dallapiccola, che pure non subì ritorsioni, divenne nei secondi anni trenta uno dei più aperti e fieri avversari del regime ed il tema della libertà fu una costante della sua produzione musicale, come testimoniano i “Canti di prigionia” (1938-1941), l’opera “Il Prigioniero” (1949) e i “Canti di liberazione” (1955).

La dodecafonia come insieme di regole weberncompositive subì naturalmente una sua evoluzione, ma il radicalismo e la coscienza sociale e politica di cui essa era intrisa rimase in compositori come Luigi Nono, che partendo da un linguaggio dodecafonico negli “Epitaffi” (1952-1953) sviluppò un linguaggio tutto personale, pur rimanendo sempre legato alla politica del suo tempo, con opere come “Il canto sospeso” (1955) scritto su frammenti di lettere di condannati a morte nel periodo della resistenza, o “Non consumiamo Marx” (1969), o ancora “Quando stanno morendo, Diario polacco n.2” (1982).

Certo quel tipo di musica così difficile da ascoltare ed in qualche modo scomoda, ha sortito per certi versi l’effetto opposto a quello prefissatosi in origine: oggi è realmente difficile trovare in cartellone un programma che comprenda solo Nono o Dallapiccola. La musica come arte è stata scalzata dalla musica come business. E dal momento che l’obiettivo del business non è il risveglio politico o l’educazione del pubblico all’accettazione di modelli più complessi e forse non così orecchiabili come Mozart, ma semplicemente l’incasso, ecco che molta musica non commerciale esce dal cartellone, diventando un qualcosa di nicchia. La corsa al successo immediato degli anni ’80 ha investito anche la musica, “educando” il pubblico ad un livello sempre più basso ed omologato di esecuzioni e rappresentazioni dozzinali e conformiste, tanto che si assiste sempre più di frequente a concerti o rappresentazioni di qualità più che scadente.
Nel panorama di impoverimento culturale cui siamo stati abituati una nuova rivoluzione dodecafonica, che avesse come obiettivo la lotta a quel tipo di omologazione che ci rende tutti meno propensi a pensare e ragionare – e quindi più facili da controllare – sarebbe quantomeno auspicabile.

Ciò che non sono riusciti a fare i regimi totalitari, fanno oggi le cosiddette moderne democrazie, ma in modo più subdolo: limitano le libertà personali e riescono ad indirizzare le masse nella direzione in cui vogliono, senza che esse neppure se ne accorgano. E lo fanno anche diffondendo una subcultura che accontenta tutti e nessuno al tempo stesso.
Una nuova rivoluzione dodecafonica sarebbe davvero auspicabile.
Oggi più che mai.

Gianmaria Griglio

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