Feb 142006
 

C’era una volta il Laendler. valzer

Era praticamente il valzer, ed era diffuso nelle campagne austriache già verso la metà del ‘700. Finché erano contadini a ballare volteggiando abbracciati belli stretti nessuno aveva molto da ridire: poco più che bestie, si sa… Ma poi il Laendler arrivò a Vienna, dove venne adottato dalla borghesia. I preti inarcarono il sopracciglio, ma lo inarcavano comunque in ogni caso perché i party della borghesia viennese non erano un modello di temperanza e di decoro: tutti bevevano, e dopo le bevute e i balli molti trombavano come opossum. A Vienna la libertà sessuale vigente era considerata oltremodo scandalosa dagli stranieri fin da prima dei tempi di Mozart.

Mentre la borghesia aggiungeva gaudiosamente il Laendler alle proprie debosce, i ricevimenti della nobiltà si attenevano a un rigido protocollo. Si ballavano esclusivamente danze piuttosto noiose (e sessualmente innocue) come il minuetto, la scozzese e la polacca (una specie di passeggiata a suon di musica, tanto compassata che la ballavano perfino gli arcivescovi). Le feste dei nobili, diversamente da quelle dei borghesi, non avevano fini di puro divertimento, ma ragioni molto più utilitarie: erano occasioni per imbastire trame politiche, combinare matrimoni, organizzare manovre finanziarie e mercanzia del genere, oltre che dimostrare che chi le dava era potente ed economicamente fiorente.

Col Congresso di Vienna del 1815 la crema della politica e della nobiltà europea convergé in massa su Vienna per spartirsi la torta postnapoleonica. Fu un’epoca di frenesia teatrale e operistica, di concerti pubblici, di picnic di lusso al Prater, e naturalmente la nobiltà locale fece a gara a chi dava la festa più ricca, più costosa, più numerosa e più popolata di personaggi potenti. Era una questione di prestigio, non solo di interesse. Immense quantità di denaro vennero dilapidate per organizzare questi eventi, tanto che era normale che venissero accese ipoteche, e gli strozzini fecero affari d’oro. In queste feste dovette accentuarsi ancor più il distacco tra ciò che succedeva nei saloni da ballo, che era la formale ragion d’essere dei ricevimenti, e ciò che succedeva nelle salette, che era la roba davvero tosta: mentre le persone non più giovani facevano i loro giochi di potere fuori vista, la gioventù nobile, vestita col massimo sfarzo e la massima eleganza, si divertiva negli saloni pieni di stucchi, affreschi e dorature, e scintillanti di luci, di specchi e di cristalli, al suono di orchestre quanto più numerose possibili.

A sorvegliare questa gioventù rimanevano però solo le nonne sorde, gottose e candite dall’incipiente Alzheimer, nonché zie zitelle acide e arcigne, ma di scarsa reale autorità, delle quali ogni famiglia nobile aveva un’inesauribile riserva. Le madri avevano i loro amanti da intrattenere e i loro ganzi futuri da coltivare, e di conseguenza il gioco nella sala da ballo doveva essere finito realmente in mano a chi? alle famiglie formalmente nobili, ma povere, le cui sorti potevano essere risollevate solo da intrighi zozzarelli, tipo dare la figlia 15enne procace e vergine in pasto a qualche arciduchino, o almeno marchesino di famiglia facoltosa per poi attaccarlesi a mo’ di mignatte (mai sentito parlare di Mary Vetsera e dell’arciduca Rodolfo?).

Probabilmente furono proprio questi personaggi a promuovere un’atmosfera più lasciva in funzione del loro “particulare”, “congiurando” colle orchestre incaricate delle danze, mentre gli adulti di caste più elevate erano occupatissimi altrove. Non si sa in che palazzo risuonò il primo Laendler, ma questo ballo divampò letteralmente in pochi giorni per tutta la città. I meli non danno pere, come dice mia madre, ed era naturale che lo scollacciamento fosse il benvenuto per questi giovani dal sangre caliente: finalmente ci si divertiva un po’.

Intendiamoci: ogni signorino di buona famiglia poteva far sesso con tutte le fantesche, le sguattere e le cuoche che voleva, e di solito aveva anche i soldi per pagarsi le mercenarie. Ma vuoi mettere l’emozione di stringersi addosso impunemente non la solita zoticona dell’Oberarlberg, magari bruttina e non pulitissima, ma la profumatissima, bellissima e raffinata Contessina Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare, cresciuta a latte e miele, rendendola per giunta tutta rossa ed eccitata per la trasgressiva intimità fisica non meno che per il giramento di testa provocato dal rapinoso ballo?

Noi oggi possiamo non capire queste cose: siamo venuti su in un’epoca diversa, nella quale l’eccitazione provocata dal ballare un valzer, e perfino da un tango, è praticamente niente. Ma in quei tempi i nobili non si toccavano proprio, e men che meno si palpavano. Il Laendler era una specie di incontro ravvicinato del terzo tipo, e i conseguenti sdilinquimenti pelvici delle fanciulle dovevano essere altrettanto furibondi delle petrigne erezioni maschili. Un po’ per colpa del Laendler, un po’ per colpa dello champagne, non è difficile ipotizzare che i parchi annessi ai palazzi patrizi coi loro accoglienti cespugli fossero bruscamente più affollati dell’ordinario nelle fasi avanzate dei ricevimenti. Ci dovette scappare più di qualche nobile deflorazione, e magari anche qualche nobile gravidanza.

La situazione stava sfuggendo al controllo, e si cercò di correre ai ripari: non era semplicemente ammissibile che le sfarzose e costosissime feste diventassero dei semi-baccanali, ne andava del buon nome della famiglia! ne andava anzi della stessa credibilità della classe dirigente viennese agli occhi dell’Europa intera! Però hai voglia a chiudere le stalle dopo che i buoi sono scappati, ci dovette essere una specie di rivolta giovanile o qualcosa del genere. L’Arcivescovo di Vienna sclerò ed emanò una bolla con la quale proibiva di ballare il Laendler, danza lasciva e demoniaca, rovina della gioventù, sentina d’iniquità… e la proibì sotto pena di scomunica.

Anche se perfino a quei tempi doveva essere evidente l’esagerazione, e anche se dovette indubbiamente saltare all’occhio di chiunque che in campagna il Laendler lo si ballava canonicamente indisturbati da più di mezzo secolo, in una società cattolica come quella austriaca la scomunica non era cosa da prendersi sottogamba, dunque non era pensabile fare come se niente fudesse. D’altro canto ormai il Laendler aveva preso troppo piede negli ambienti più esclusivi in 2 o 3 settimane perché ci si potesse rinunciare; in altri strati sociali urbani poi il Laendler era un fatto acquisito da almeno 10 anni… Si ricorse quindi a un immediato escamotage: si cambiò il nome alla danza. Non stiamo ballando il Laendler, stiamo ballando il Walzer, quindi niente scomunica, anzi stasera si palpa e domattina ci si accosta piamente all’Eucaristia, amen. Magari con prima una confessioncina urgente per via di quella seccatura del 6° comandamento, nevvero, ma si può fare…

Per l’Arcivescovo fu una sconfitta tremenda, ma ‘vox populi, vox Dei’. Non gli rimase che abbozzare, perché se avesse emanato una seconda bolla in funzione del nuovo nome, i viennesi se ne sarebbero inventati subito un terzo.

Vienna era vista all’estero come oggi viene considerata Trieste in Italia: una città di matti, per cui il valzer rimase una realtà locale per almeno un decennio; ma poi arrivò a Parigi, che dopo il 1825 era diventata la capitale europea della moda e dell’arte, e da Parigi dilagò dappertutto, alla faccia degli scandalizzati benpensanti. Tiè.

Francesco Redondi

Feb 102006
 

Un interessante articolo sulla musica dodecafonica e sul suo inquadramento storico, anche come stimolo ad un dibattito che vorremmo qui iniziare: scrivete a rivista@classicaviva.com

Leggi l’importante ed interessantissimo dibattito che si è sviluppato nel forum di Edumus cliccando qui.

 

La tomba di Schoenberg a Vienna

La tomba di Schoenberg a Vienna

Molti dei nostri preconcetti riguardo la musica sono un retaggio del tardo XVIII secolo: un periodo in cui la musica tanto nelle corti quanto nei grossi centri urbani assunse un’estetica ben precisa, una connotazione formale più definita che mai. E’ questo il periodo conosciuto come periodo classico nella storia della musica, al quale appartengono compositori come Mozart, Haydn e Beethoven, pilastri assoluti del nostro dna musicale. Si sviluppò in quest’era fertile per la cultura e le scienze un interesse crescente per la storia, l’architettura, la filosofia e la letteratura, per la cultura greco-romana in generale, cultura che viene associata all’illuminismo, un’età legata indissolubilmente all’uso della ragione, dell’empirismo, al modellare il pensiero in modo conscio e razionale.

Tutto ciò si riflettè naturalmente anche in musica: l’estetica musicale di quest’epoca trova una sintesi perfetta, ad esempio, nella forma-sonata, con il suo bilanciamento formale assoluto. Le regole della composizione, si credeva, erano evidenti ed oggettive, e pertanto assolute ed infrangibili.

Naturalmente ci pensò il romanticismo a porre una battuta d’arresto a questo razionalismo imperante. L’idea di una musica basata su regole oggettive ed inattaccabili incontrò sempre maggiore scetticismo. Uno scetticismo derivato in parte anche dai movimenti nazionalisti che usavano l’arte per fare politica. Un cammino che portò, partendo dal Prometeo beethoveniano e passando per i Meistersinger di Wagner, alla formazione di un nuovo concetto, quello dell’eroe. Walther, nei Meistersinger appunto, è la punta più alta di questo atteggiamento di libertà e soggettività e rende la musica veramente espressiva per i suoi contemporanei con la rottura di ogni regola.
Alla fine dell’800 l’estetica nazionalista, che peraltro aveva favorito lo sbocciare di gioielli come le Danze Slave di Dvorak o quelle ungheresi di Brahms, aveva sostituito completamente l’estetica universale dell’illuminismo.

Ma, si sa, la tenaglia dei corsi e ricorsi storici non manca mai all’appuntamento. E così cominciò a farsi strada l’idea che la musica stesse diventando troppo popolare, nel senso negativo del termine, investita di una leggerezza che allontanava il pubblico dalla vita sociale e politica. I grandi sconvolgimenti del XX secolo, la I guerra mondiale, la depressione, l’ascesa del nazismo e la II guerra mondiale, la paura dell’atomica e la guerra fredda, ebbero il merito di risvegliare la coscienza degli artisti. Come era possibile che l’arte fosse tanto distante dal mondo in cui viveva? E come era possibile conciliare la composizione con una crescente coscienza sociale e politica ed usare la musica per risvegliare la stessa coscienza nelle masse?
Osservando la cosa dal punto di vista opposto si capisce come la musica allora in auge, troppo leggera e popolare, potesse in realtà sortire l’effetto di allinearsi inavvertitamente con i regimi di Mussolini, Hitler e Stalin.

Arnold_schoenbergDivenne così imperante trovare un modo nuovo di comporre. Situazione che si risolse nel 1920 quando Arnold Schoenberg inventò la musica dodecafonica ossia “un metodo di composizione con dodici note non imparentate tra di loro”. La dodecafonia istituiva una serie di regole assai rigide, che in qualche modo testimoniavano un rifiuto della mancanza di regole del tardo romanticismo ed un ritorno al razionalismo dell’età classica. La dodecafonia, per la sua stessa natura innovativa e controcorrente, divenne immediatamente il cavallo di battaglia degli antifascisti. Il radicalismo musicale diventò sinonimo di resistenza all’oppressione. Naturalmente, questa forma di opposizione al regime venne notata e contrastata dai regimi stessi: la musica di Anton Webern, uno dei massimi epigoni di Schoenberg, fu giudicata come degenerata e bandita durante l’occupazione nazista dell’Austria nel 1934. In Germania fu bandita anche la musica di Alban Berg, altro esponente della dodecafonia, allievo pure lui di Schoenberg,. Luigi Dallapiccola, che pure non subì ritorsioni, divenne nei secondi anni trenta uno dei più aperti e fieri avversari del regime ed il tema della libertà fu una costante della sua produzione musicale, come testimoniano i “Canti di prigionia” (1938-1941), l’opera “Il Prigioniero” (1949) e i “Canti di liberazione” (1955).

La dodecafonia come insieme di regole weberncompositive subì naturalmente una sua evoluzione, ma il radicalismo e la coscienza sociale e politica di cui essa era intrisa rimase in compositori come Luigi Nono, che partendo da un linguaggio dodecafonico negli “Epitaffi” (1952-1953) sviluppò un linguaggio tutto personale, pur rimanendo sempre legato alla politica del suo tempo, con opere come “Il canto sospeso” (1955) scritto su frammenti di lettere di condannati a morte nel periodo della resistenza, o “Non consumiamo Marx” (1969), o ancora “Quando stanno morendo, Diario polacco n.2” (1982).

Certo quel tipo di musica così difficile da ascoltare ed in qualche modo scomoda, ha sortito per certi versi l’effetto opposto a quello prefissatosi in origine: oggi è realmente difficile trovare in cartellone un programma che comprenda solo Nono o Dallapiccola. La musica come arte è stata scalzata dalla musica come business. E dal momento che l’obiettivo del business non è il risveglio politico o l’educazione del pubblico all’accettazione di modelli più complessi e forse non così orecchiabili come Mozart, ma semplicemente l’incasso, ecco che molta musica non commerciale esce dal cartellone, diventando un qualcosa di nicchia. La corsa al successo immediato degli anni ’80 ha investito anche la musica, “educando” il pubblico ad un livello sempre più basso ed omologato di esecuzioni e rappresentazioni dozzinali e conformiste, tanto che si assiste sempre più di frequente a concerti o rappresentazioni di qualità più che scadente.
Nel panorama di impoverimento culturale cui siamo stati abituati una nuova rivoluzione dodecafonica, che avesse come obiettivo la lotta a quel tipo di omologazione che ci rende tutti meno propensi a pensare e ragionare – e quindi più facili da controllare – sarebbe quantomeno auspicabile.

Ciò che non sono riusciti a fare i regimi totalitari, fanno oggi le cosiddette moderne democrazie, ma in modo più subdolo: limitano le libertà personali e riescono ad indirizzare le masse nella direzione in cui vogliono, senza che esse neppure se ne accorgano. E lo fanno anche diffondendo una subcultura che accontenta tutti e nessuno al tempo stesso.
Una nuova rivoluzione dodecafonica sarebbe davvero auspicabile.
Oggi più che mai.

Gianmaria Griglio

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