Giu 172005
 

Giovani rivelazioni e rivelazioni dei giovani

Molteplici sono i fattori che rendono il presente scorcio di storia della musica italiana molto più che magmatico per poterne descrivere le prerogative in maniera anche solo auspicabilmente definita.

Spesso la dimensione del disorientamento connota questo processo di ricapitolazione culturale che, generalmente, il mondo occidentale sta vivendo dopo varie generazioni di avanguardie ormai non poco svigorite nel loro empito rivoluzionario (in quanto – nella maggior parte dei casi – cristallizzate in un manierismo che le ha assimilate ai movimenti nostalgici che avversavano: questi balbettanti i residui di tradizione tonale pre-1950, quelli rimuginanti ad oltranza i comandamenti darmstadtiani fioriti tra gli anni ’50 e ’60).

Disorientamento nel mondo dell’espressione artistica è spesso sinonimo di affettazione artificiosa e inerzia comunicativa: il virus che negli ultimi decenni molti hanno imparato a riconoscere, ma cui poche costruttive alternative sono state trovate. E questo si deve probabilmente al tabù della “storia” (da sempre dispensatrice di preziosi suggerimenti per le più revulsive innovazioni), quello stesso che ha imposto per decenni alla musica del ‘900 di definirsi nuova, contemporanea, di ricerca, forse semplicemente per eludere un paragone diretto con la secolare tradizione d’epoca pre-darmstadtiana (in cui le suddette qualificazioni – taciute in quanto tautologiche – corrispondevano a categorie spesso di gran lunga più palpabili); quello stesso tabù, inoltre, da cui comunque i giovanissimi compositori d’oggi paiono sgravati, sia perché la “storia” è ancora parte del loro processo di formazione (estendendo alla dimensione educativo-culturale il principio freudiano per cui l’ontogenesi ripercorre la filogenesi), sia perché le avanguardie sono oggi, con il loro corso semi-secolare e l’elevazione a istituzionalità accademica, esse stesse parte integrante della storia.

Ebbene, la congiunzione tra la sospensione storica di oltre 50 anni di sperimentalismo, il momento di transizione-assestamento nelle neo-riformate istituzioni educative, ed il soverchiante afflusso di informazioni che l’era di Internet prodiga, pare aver determinato in alcuni giovani una sorta di disinibizione linguistica che li induce ad attingere con la voracità tipica di ogni sano istinto (come quello espressivo) ad ogni portato di una plurisecolare storia che, palpitante in quasi un secolo di discografia, viene apparentemente scongelata dalla rimozione per essere riconsiderata nel suo patrimonio semantico e verticalizzata come perdurante e multilingue presente.

Un eloquente esempio di quanto appena affermato si è avuto nel concerto di martedì 7 giugno presso la Sala Puccini del Conservatorio di Milano, dove, sotto gli auspici di Classica Viva, un gruppo di promettenti compositori frequentanti il Liceo Musicale dell’istituzione verdiana ha proposto all’ascolto di un nutrito pubblico l’esecuzione di una serie di nuove creazioni in un evento intitolato “Nuovi Scenari”.

Nelle interpretazioni di altrettanto validi allievi dello stesso Liceo (tutti pregevoli nell’accurata preparazione dei brani), si sono ascoltati lavori da cui trasparivano (e talora esuberavano) le più variegate colorazioni linguistico-stilistiche (da vellutate lepidezze di ascendenza francese pre-1960 ad effluvi di post-avanguardia), e dove talora la ludica sfrenatezza dell’eversione stilistica è giunta al limite della provocazione goliardica, davanti ad un pubblico in cui qualche insegnante non nascondeva, dietro l’atteggiamento ridanciano, l’identificazione degli impliciti messaggi promananti dalle talora singolari operazioni proposte.

carlottalusaL’antologia si apriva con i brani della diciottenne Carlotta Nicole Lusa che in Intarsi di luce e in Impulsi, ha dipinto con delicatezza di tratto due acquerelli musicali di apprezzabile nitore formale, grazie ad una mano già sapiente nella concezione strutturale del timbro, e a due versicolori ensembles (con tutte le famiglie dell’orchestra rappresentate, tranne le percussioni) condotti dalla sicura bacchetta di Simone Luti.

Nessun direttore, invece, avrebbe mai potuto tenere a bada la palombistraripante vis satirico-istrionica di Luigi Palombi, che, ben lungi da astrazioni gestuali e dall’auto-negazione dell’abbandono al materiale, si è calato fisicamente nell’esecuzione prestando voce a due sue ‘pasquinate’ a soggetto conservatoriale riunite sotto il titolo di Una giornata particolare. In questo lavoro (in cui si ammicca a Parini con uno spigliato pastiche alla Milhaud) veniva affiancato con impagabile duttilità da due pianoforti nel sottolineare le pungolanti allusioni ad alcuni -notoriamente arrancanti- meccanismi della gloriosa istituzione milanese. La sagacia di alcuni punti del citazionale collage sonoro, nonché la simpateticità con i contenuti del lepido testo, hanno suscitato una vera ovazione nel pubblico esilarato.

Nel segno dei contrasti seguiva poi nel programma Au coeur de la nuit, del ventenne Marco Borroni: un brano di ‘ombre baluginanti’, in cui è esplicita la ricerca di un personale idioma espressivo attratto dai percorsi di un’atonalità dagli echi triadici, vista attraversoborroni il nitore sintattico di un Messiaen più che il rigore deterministico dei coevi darmstadtiani. Dal vate francese viene mutuato l’imperativo della melodia quale principio informatore del brano; principio peraltro espandentesi in una pratica contrappuntistica già discorsivamente funzionale, e a preziosismi d’orchestrazione anch’essi orientati a definire la chiarezza narrativa della forma. Il direttore Paolo Bressan l’ha esplicitata con scrupolosità trasmettendola efficacemente ai vibratili talenti del variegato sestetto (fl.-cl.-sax bar.-pf.-vl.-vc.).

BrandoNella seconda parte del concerto esordiva Diapositive arabesque, un lavoro per soprano e ensemble (cl.-perc.-pf.-archi) di Brando Spedicato. Il titolo fa riferimento alla tecnica di ‘collezione’ del testo: una serie di frammenti dalla “Gerusalemme liberata” di Tasso incentrati sul quesito che ha per oggetto l’utilità ed ancor più la legittimità della guerra. La dolorosa meccanicità di questo inguarito retaggio di inciviltà, viene resa attraverso una melodia dalle regolari arcate spesso caratterizzate da una monocromia ritmica riflessa, anche a livello orchestrale, dalla tinta genericamente marziale del brano, il cui testo non manca tuttavia di indugi contemplativi. Incantatorio si è infatti rivelato l’apporto del soprano Laila Neuman, stella di particolare fulgore nella pleiade dei già apprezzabili musicisti dell’ensemble, tutti ispirati dalla sensibile guida di Stefano Ligoratti.

stefano in conservatorioSensibilità e accuratezza confermate poi nel brano successivo, La comédie humaine, in cui il Ligoratti è stato doppio protagonista, sia come direttore di un nonetto (di fiati percussioni e archi) che come compositore. Il ‘programma interiore’ di questo lavoro (l’omonima ghirlanda letteraria di Balzac) sarebbe ovviamente bastato ad alimentare un intero ciclo operistico; l’autore però ne distilla le coordinate dinamiche fondamentali che gli servono a determinare l’organica geometria di un pezzo la cui francofila limpidezza non si limita, quindi, solo ad una sintassi dalle spiccate influenze poulenchiane.

Il sipario di chiusura è stato infine affidato Dinoal lavoro di Dino Viceconte, una Fantasia su temi noti in cui il fisico compiacimento dell’immersione nel turbinante materiale motivico adottato si traduceva nella sontuosa strumentazione, avvalentesi di un ensemble nel cui rigoglio orchestrale (20 persone in palcoscenico) svettava la ‘brahmsofila’ cavata del concertante violino di Francesca Dego. Il brano ed i suoi protagonisti (fra cui ancora il direttore Paolo Bressan) sono stati quindi salutati da rinnovati applausi di tripudio, coronando una serata dall’impeccabile organizzazione tecnica e dall’inequivocabile offerta di spunti di riflessione.

Probabilmente, infatti, nei brani ascoltati non vi sono ancora le risposte alle insolute questioni ereditate dal ‘900: sicuramente, però, questi lavori – e sorprendentemente, dato il contesto – sono il sintomo di un decongestionamento da certo dogmatismo accademista (merito anche dell’illuminata liberalità dei docenti), che con ottime probabilità permetterà che le risposte vengano presto trovate. Alle nuove voci esordienti, quindi, i migliori auspici per poter compiutamente definire i “nuovi scenari” avvenire.

Massimo Di Gesu

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