Alexander SkrjabinAlexander Scrjabin

Marina Skrjabina, la figlia di Skrjabin, ci presenta la figura di suo padre scrivendo che egli rappresenta “un tentativo di sfuggire alla mediocrità della vita quotidiana… una tormentata ricerca di vita spirituale assente dal mondo di oggi”. La sua arte “non è spettacolo o divertimento, ma vuole trasformare e sublimare, dare la pienezza e la gioia della vita”. Entro i limiti di spazio e di tempo, Skrjabin voleva trasformare l’uomo - tutti gli uomini - in un altro universo.

Per presentare la biografia di questo autore partiamo dalla famosa affermazione di Georgij Plekanov, l’architetto della Rivoluzione sovietica: “la musica di Skrjabin era il suo tempo espresso in suoni”.
E quale tempo! Alexander Skrjabin nacque a Mosca il 25 dicembre 1871, secondo il nostro calendario, o il 6 gennaio, secondo il calendario ortodosso. Morì il 14 (o il 27) aprile 1915, quindi alla vigilia della rivoluzione di ottobre. Figlio unico di famiglia nobile ma non titolata, rimase orfano di madre (una dotata pianista) all’età di un anno e venne affidato ad una zia, Ljubov, che l’adorava e lo allevò, secondo la definizione dello stesso Skrjabin, come “un bambino di vetro”.

Nessuno della sua famiglia, soprattutto il padre, rigido ufficiale dell’esercito perennemente all’estero, capì mai molto della figura di Skrjabin come compositore, né delle “cattedrali di suono”, come ancora oggi i russi chiamano la sua musica, né, ancor meno, delle sue idee.
Il suo talento musicale fu precocissimo. A tre anni pregò di potersi sedere al pianoforte, a cinque sapeva già suonare dei motivi “in modo delicato e carezzevole”. A otto compose la sua prima opera. Iniziò seriamente lo studio della composizione a dodici anni, con Sergej Taneev e contemporaneamente studiò da cadetto dell’esercito, intrattenendo spesso i suoi compagni con concerti al pianoforte e proprie composizioni. Divenne anche allievo prediletto del famoso pianista e docente Zverev.
Quando entrò al Conservatorio di Mosca, a sedici anni, ebbe come compagni di studio personalità straordinarie, tra cui Sergej Rachmaninov, di un anno più giovane, e Josef Lhevine, il meraviglioso pianista che vinceva tutti i premi del Conservatorio. La competizione tra questi geni musicali era così accesa che, a vent’anni, Skrjabin si accanì talmente nello studio che, sforzando troppo la mano destra, ebbe seri problemi e risentì poi per tutta la vita di perdita di volume di suono e di agilità sulla tastiera a causa dei dolori alla mano.

Seppe però trarre profitto dalla sua sventura, e si dedicò alla composizione, dando alla luce il suo primo capolavoro, la Prima Sonata, e il famoso “Preludio e Notturno op. 9 per la mano sinistra”. Per molti anni il nome di Skrjabin fu sinonimo di abilità, virtuosismo e bellezza di suono della mano sinistra, addirittura citato come “lo Chopin della mano sinistra” nella pubblicità dei suoi concerti in America.Alexander Skrjabin
Si diplomò al Conservatorio nel 1892, ma ricevette solo la “Piccola medaglia d’oro” (come sua madre). Per la Grande medaglia, che invece ottenne Rachmaninov, gli mancò la menzion d’onore del docente di composizione Anton Arensky, cui resta lo storico e perenne demerito di aver bocciato Skrjabin in tutte le prove di composizione, benché fosse chiaramente il più dotato, ispirato e pronto tra tutti i giovani talenti di allora. Come pianista, basti questa definizione che venne data di lui: “quando suona, dei fiori sbocciano dalla punta delle sue dita”.
Lasciato il Conservatorio, Skrjabin si dedicò a “socializzare”, come diceva lui. Teneva concerti privati nelle case di mecenati, discuteva con gli amici. E beveva fino all’oblio. Egli voleva l’”ebbrezza” nella musica, ma considerava l’alcolismo come segno “volgare e fisico” di un’estasi spirituale più sublime. Infatti, più il suo mondo spirituale si arricchiva, più diminuiva la sua dipendenza dall’alcool, finché vi rinunciò del tutto. Iniziarono invece gravi attacchi nervosi, che lo lasciavano stremato. Ma egli intanto componeva meravigliosamente, e i dodici splendidi “Studi” op. 8 appartengono proprio a questo periodo.

L’incontro, nel 1894, con l’editore Mitrofan Beljaev, grande mecenate, permise l’inizio della luminosa carriera di Skrjabin e gli consentì di dedicarsi alla composizione senza problemi economici. Senza la guida costante, benevola e prudente di Beljaev, la vita di Skrjabin sarebbe stata più disordinata: l’editore lo trattava spesso bruscamente e lo tormentava, chiedendogli sempre nuove composizioni, ma senza il suo continuo pungolo oggi avremmo meno musica...
Nel 1897, il matrimonio sbagliato con la pianista Vera Issakovic, che gli creò molti problemi perché fu difficilissimo ottenere il divorzio, anche dopo che aveva iniziato la convivenza con la nuova compagna, Tatjana Feodorovna Schloezer (lo Zar legalizzò la loro unione soltanto quando ormai Skriabin era in punto di morte). Per far fronte agli impegni di famiglia, appena arricchitasi di un figlio, nel 1898 egli accettò una cattedra di pianoforte al Conservatorio di Mosca. Ma la sua natura era insofferente all’insegnamento, che lo infastidiva terribilmente, anche se egli fu docente molto coscienzioso e venne definito “assolutamente eccezionale come Maestro”. Egli scrisse a Beljaev: “Il Conservatorio, naturalmente, interferisce con il mio lavoro, soprattutto perché mi impedisce di concentrarmi. Bisogna ascoltare troppa musica di altra gente .”
Insegnò comunque per quattro anni, durante i quali compose una quantità straordinaria di opere. Nel 1902 raggiunse la fama completa cui mirava e a partire dal 1903, data in cui in cui si dimise dal Conservatorio e si trasferì all’estero - in Svizzera e poi a Parigi - compose una eccezionale quantità di musica, tra cui il celebre “Poema Divino”, la Terza Sinfonia. Skrjabin tendeva ora alla sintesi. “Voglio ottenere la massima espressione con mezzi minimi”, diceva spesso. E lo ossessionava un principio: “dalla più grande delicatezza (affinamento), attraverso la forza attiva (volo), alla massima grandiosità”. In base a questo principio, passava da estese partiture a brevi frammenti, quasi delle miniature. Compose alcuni preludi che vennero definiti da un critico “più corti del becco di un passero, più brevi della coda di un orso”.

Egli disse di sé: “Non c’è nulla che io non sappia esprimere al pianoforte e da espressioni differenti posso costituire un intero sistema come un’intima tonalità o un tutto. Mi sembra che il linguaggio musicale abbia possibilità descrittive più efficaci di qualunque concetto astratto”. Egli voleva trasformare il mondo per mezzo dell’arte, riportandolo all’unicità originale.
Altra sua fondamentale affermazione (la stessa di Rameau): “non c’è differenza tra armonia e melodia: esse sono una cosa sola”.
Al ritorno da una trionfale tournée in America, nel 1907 venne lanciato a Parigi dal celebre impresario Sergej Djaghilev, e presentò il celebre “Poema dell’estasi”. Parigi era in quel momento piena di musicisti russi e vera e propria culla della musica Divenne amico di Rimskij Korsakov. La moglie di Rimskij sentì Skriabin dire al marito: “sperimenterai tutte le sensazioni, le armonie dei suoni, le armonie dei colori, le armonie dei profumi!”. Entrambi i compositori avevano dalla nascita il dono di vedere i colori mentre sentivano le note, ma Rimskij dichiarò di non capire la faccenda dei profumi…
Nel 1909, grazie ad un accordo con l’editore Koussevitzkij, Skrjabin tornò in patria. Ebbe un grande successo con le sue nuove composizioni, trionfali tounées pianistiche, e scrisse il “Prometeo”. Per questa composizione ideò la “tastiera per luce”, che produceva luci cangianti ad ogni nota suonata dal pianoforte. La sua nuova produzione accentrata sul “mistero” richiedeva l’unione della musica con la danza ed altre arti. Egli pensava melodie che “iniziavano col suono e finivano nel gesto”.

Negli ultimi anni compose ancora diverse Sonate per pianoforte, tra cui la famosa Decima, il suo canto del cigno, e si dedicò al celebre (e incompiuto) “Atto preparatorio”. E fatto, strano, mentre stava scrivendo della morte, la morte arrivò, improvvisa, nel 1915, per un foruncolo forse provocato dalla puntura di un insetto, degenerato in setticemia…